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Il Sole 24 Ore

Partita la corsa al deposito dei marchi ... Nella guerra europea del vino di qualità è il momento del contrattacco. I produttori nostrani affilano le armi, per quanto sconcertati e delusi dalla proposta di revisione del regolamento 753/02, già notificata dalla Commissione Ue all’Organizzazione per il commercio mondiale. Il timore è che la liberalizzazione delle "menzioni tradizionali" (ben 17 quelle italiane) di vini Doc e Docg scateni l’enopirateria in Paesi concorrenti come Argentina, Sudafrica e perfino Cina. Tuttavia, superato l’effetto sorpresa, la strategia adesso è a senso unico: per difendere nomi prestigiosi come Brunello e Amarone, Recioto o Vin Santo, Lacrima Cristi o Morellino, non c’è altro da fare: accettare la sfida e correre in tutto il mondo a depositare le denominazioni come marchi d’impresa. Senza attendersi miracoli dal ricorso del Governo all’Alta Corte di Giustizia europea, annunciato il 3 marzo dal ministro Gianni Alemanno, né dagli appelli alle autorità comunitarie lanciati da vignaioli e consumatori. Lo dice chiaro Stefano Campatelli, direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino, una macchina da 130 milioni di euro di fatturato, che già da un decennio ha deciso di tutelarsi andando a registrare il marchio negli Usa, in Canada, Giappone, Svizzera, Australia, Sudafrica, Argentina e Cile: «Stiamo valutando una replica in altri trenta Paesi e, per non correre rischi, anche in Europa. Meglio non fidarsi». Avverte Campatelli: «Se leggiamo bene il regolamento, la scelta della Ue, non ci danneggia eccessivamente perché prevede dei paletti, ma se il livello di difesa scende, agiremo con tutte le armi a nostra disposizione». Incita all’azione anche il presidente dell’Unione italiana vini (Uiv), Ezio Rivella: «se i consorzi vogliono una protezione vera - avverte - mettano da parte le reazioni isteriche e facciano come i loro colleghi del Brunello». Ma il contenzioso riguarda soprattutto denominazioni di origine che il più delle volte sono aggettivazioni libere in ogni lingua, per questo difficilmente difendibili. Fra le menzioni minacciate c’è di sicuro l’Amarone. Ma Sandro Boscaini, presidente della Masi di Gargagnago di Valpolicella (Verona), 40 milioni di fatturato e 85% di export in 60 paesi, non fa una piega. «Primo - sottolinea - perché i consumatori non sono degli sprovveduti. Secondo, perché come Masi abbiamo già iniziato a difenderci depositando i marchi nel mondo». Esempi? Amarone Costasera o Valpolicella Toar. Più perplesso Umberto Cesari. La sua azienda di Castel San Pietro (Bologna) produce Sangiovese, vino ad altissimo rischio di clonazione. «Noi il marchio non possiamo registrarlo e in Emilia Romagna nessuno pensa di farlo - spiega - semplicemente perché è improponibile difendere un vitigno autoctono. Nel 2003 sono stati innestati nel mondo 12 milioni di barbatelle. Il Sangiovese è dal 2000 il primo vitigno su scala planetaria». Buoi già fuori dalle stalle, insomma. E allora? «Puntiamo sul Sangiovese Riserva invecchiato almeno due anni» conclude Cesari. In realtà sono soprattutto i produttori di nicchia delle piccole e medie aziende a sentirsi maggiormente traditi e minacciati dalle mosse di Bruxelles. Per tutti Marco Ricasoli Firidolfi, patron dell’azienda di Rocca di Montegrossi (colline del Chianti), che immette sui mercati mondiali soltanto 3mila bottiglie all’anno del suo Vin Santo da 35-40 euro a pezzo. «Siamo stupiti — accusa — che la Comunità europea non tuteli Spagna, Francia e Italia. In Australia otto produttori coprono i tre quarti del mercato ed è tutto industrializzato. Ci chiediamo: questo non conta nulla per la Commissione?». Per ora Ricasoli non pensa a depositare il marchio. «Il nostro Vin Santo - dice - è in una fascia di alto livello. Non credo che chi lo sceglie si accontenti di un’imitazione. E comunque per noi piccoli le registrazioni sono perdita di tempo e denaro». In ogni caso, insiste Rivella, non bisogna farsi prendere dal panico. «Non sarei troppo preoccupato per il nostro patrimonio vitivinicolo - chiosa il presidente dell’Uiv - abbiamo sempre convissuto con il Chianti della California. Anche se va detto chiaro che la Ue ha fatto un bel regalo agli americani».

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