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Il Sole 24 Ore

Gianni Zonin - Maggiori risorse all’enoturismo. Le ricette dell’azienda (80 milioni di ricavi e 3.700 ettari) per spingere il settore. Tra le strategie per essere competitivi a livello globale, difendere i propri marchi e rinnovare i vigneti ... «Era poco più di un ettaro di terra, incuneato tra i 180 che coprono le colline di Castello del Poggio. Proprietari due vecchi fratelli scapoli, ombrosi e coriacei come le radici di una vecchia vigna. Un lungo corteggiamento. L’ultimo atto a casa loro, un pomeriggio intero ad assaggiare vini legnosi, accompagnati da una cucina altrettanto rustica, che faceva rimpiangere l’assenza di un tocco femminile. Alla fine hanno firmato, ma solo perché al tavolo ero seduto io, non mi ero fatto sostituire da qualche dirigente di fiducia». Mentre racconta l’episodio, che risale a quasi vent’anni fa, quando vennero acquistati i vigneti astigiani (126 atti notarili per meno di 200 ettari), gli scappa un sorriso. Ed è uno dei rari momenti in cui Gianni Zonin, proprietario del principale gruppo vinicolo privato in Italia, scioglie la gentilezza controllata che lo contraddistingue in una sincera apertura di credito verso l’interlocutore. In effetti l’aspetto severo induce un giudizio affrettato. Mal si concilia con l’irresistibile passione per l’arte che lo ha condotto a trasformare la dimora familiare in una preziosa pinacoteca e ad arricchire anno dopo anno la collezione della banca che presiede. Il cavalier Gianni Zonin non rientra nello stereotipo dei vignaioli di successo. Sarà perché è anche il presidente di un importante istituto di credito (la Popolare di Vicenza), ma quando si entra negli uffici ovattati del quartier generale di Gambellara l’atmosfera è quella di una grande azienda manifatturiera del triangolo industriale. Si tratta, ancora una volta, di uno spaesante gioco di specchi. Anche qui, come in ogni grande cantina, si respira passione. Il cavaliere però la mitiga dietro a uno sguardo noncurante mentre racconta di quando, «sette generazioni fa», la sua famiglia ha iniziato a produrre vino. Gambellara, classico borgo agricolo adagiato sulle colline vicentine, ospita la famiglia Zonin dal 1600. Il primo atto d’acquisto di un vigneto porta la data del 1821 ma il grande salto di qualità arriva nel Dopoguerra. Il primo acquisto in Valpolicella risale al ’61, dieci anni dopo arriva l’azienda in Friuli. E poi un crescendo: la Toscana per il Chianti, il Piemonte, l’Oltrepo pavese, la Sicilia, la Puglia e ancora una volta la Toscana, in Maremma. Con un’avventura non convenzionale all’estero, gli States, nella Virginia del presidente Jefferson, dove ora si produce anche barbera. Oggi l’azienda è proprietaria di 3.700 ettari, di cui 1.800 a vigneto specializzato. È il terzo produttore vinicolo in Europa. «Ma in un mondo sempre più globalizzato - avverte Zonin - anche noi abbiamo ancora bisogno di crescere». La concorrenza dei nuovi vini stranieri è sempre più agguerrita: lo dicono i numeri e soprattutto le liste dei ristoranti. «Recentemente ero a cena a Londra - conferma il cavaliere - e su dieci rossi proposti otto erano shiraz australiani». Per cui c’è poco da adagiarsi sulla forza della tradizione e sugli elogi di Wine Spectator, la Bibbia americana del settore, alle grandi bottiglie dei Supertuscan. Il mercato non è fatto solo di etichette stellari a prezzi da antiquario e il consumatore è sempre più avvertito. «In un momento come questo - avvisa Zonin - è imperativo avere una qualità ottima a prezzi competitivi». Per smaltire quella sorta di sbornia collettiva che abbiamo vissuto negli ultimi cinque anni. «Un’onda lunga coincisa con il grande boom dei vini di qualità, che ha generato una gigantesca speculazione di filiera». Alla quale si può rimediare solo con l’«autodisciplina dei produttori», di cui Zonin si è fatta capofila bloccando per due anni i propri listini. Senza per questo rinunciare ai progetti. L’azienda negli ultimi quindici anni ha cambiato pelle, puntando con decisione alla fascia alta del mercato. Una svolta radicale attuata con investimenti cospicui - pari al 20% del fatturato ormai saldo sugli 80 milioni di euro - che si sono concentrati in rinnovamento dei vigneti e miglioramento delle tecniche di vinificazione. La vera scommessa sarebbe un’imponente ristrutturazione di tutti i vigneti d’Italia, 500mila ettari su cui dirottare un investimento di almeno 25 miliardi di euro. E di fronte a una frammentazione produttiva che polverizza risorse e capacità, l’unica strada da seguire è quella, coraggiosa, delle alleanze. «I giovani sono più aperti e propensi a questo tipo di operazioni» prevede Zonin volgendo lo sguardo ai suoi due eredi, Francesco e Domenico, già attivi da qualche anno in azienda. Ma un ruolo importante dovrà essere giocato dalle istituzioni finanziarie. Sia attraverso i fondi d’investimento («e io sono favorevolissimo al loro intervento»), sia con il tradizionale sostegno bancario». «Rivalutiamo i vitigni autoctoni, difendiamo con rigore i nostri marchi, muoviamoci compatti sui mercati internazionali e diamo vigore all’enoturismo»: uomo di poche parole e risultati concreti Zonin è convinto che l’impresa non sia impossibile. Anzi. Lui cerca di dimostrarlo con i suoi 25 milioni di bottiglie (che per il 35% vanno all’estero), uno staff di 32 enologi e undici tenute sparse in sette regioni dove verranno in futuro organizzati tour enologici, mentre già oggi 60mila visitatori raggiungono ogni anno la villa a Barboursville. La linea top Gianni Zonin Vineyards, frutto del lavoro di Franco Giacosa, il wine maker di fiducia, non ha soppiantato la gamma storica che ha fatto crescere l’azienda. Forse il segreto sta qui. Puntare sempre più in su senza mai dimenticarsi da dove si è partiti.

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