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Il Sole 24 Ore

Storie di imprenditori - «Artigiano» tutto calce e calici. Vittorio è presidente della holding Terra Moretti, attiva nelle costruzioni e nell’enologia ... La villa sulla collina, con vista sul lago d’Iseo, sontuosa; il portale, di estrazione hollywoodiana, esagerato; le cantine, 12mila metri quadrati scavati nella roccia, preziose; le bollicine, marchiate Bellavista, a prova di enologo; il relais & châteaux L’Albareta, benedetto dal guru del benessere Henri Chenot e griffato in tavola da Gualtiero Marchesi, a prova di portafogli; il premio biennale Bellavista, frequentato dai numeri uno dello star system, un inno alla Franciacorta; Petra, l’avveniristica cantina firmata da Mario Botta in terra di Maremma, un nuovo tempio del vino; il Golf club, raffinato punto d’incontro della Brescia bene, un gioiello in crescita; il cantiere, trenta imbarcazioni sfornate ogni anno, un approdo sicuro per i naviganti nei pressi di Rovato, dove il mare si vede soltanto in cartolina. Qualità della vita. Questo e altro nel carnet dell’instancabile Vittorio Moretti, un costruttore edile di poche parole e molti fatti, che nel giro di un quarto di secolo è riuscito a portarsi a casa l’invidiata etichetta di primo della classe fra i vigneron della zona, anche se lui ama definirsi soltanto un «artigiano del vino che ha saputo fare qualità», pur continuando a tenere banco nelle attività che gli hanno regalato status e quattrini. È lui in effetti il presidente e uomo-guida di "Terra Moretti", la holding di famiglia nata nel 1996 con l’obiettivo di coordinare le numerose attività del gruppo, cui fanno capo due subholding: la Moretti Costruzioni, forte di otto società attive nella realizzazione e installazione di strutture per medi e grandi progetti architettonici, e la Moretti Arte del Vivere («O qualcosa del genere, visto che sul nome non ho ancora deciso»), attiva nella produzione del vino e nel settore turistico. Il tutto a fronte di 500 dipendenti, 350 operativi nell’edilizia, e un giro d’affari sugli 80 milioni. Per non parlare degli utili, certamente di peso, anche se in Franciacorta è buona regola non sbandierarli. Raddrizzare chiodi. Ironia della sorte, il portabandiera delle bollicine di qualità, con un milione di bottiglie prodotte a stagione a fronte di 150 ettari di vigneti di proprietà e altri 25 presi in affitto, nasce a Firenze il 28 aprile 1941. «Ma fu soltanto uno sbaglio - ironizza -, visto che mio padre Antonio si era accasato lì provvisoriamente in quanto dirigente della locale filiale Eternit. In effetti tre anni dopo la famiglia Moretti sarebbe riapprodata dalle parti di casa, nella bresciana Erbusco, per poi emigrare di nuovo alla volta di Milano nel 1948, dove il padre, perito edile, si mise a costruire case. Ad appena otto anni, dopo la scuola, il giovane Vittorio è nei cantieri paterni con il compito di raccogliere i chiodi usati e raddrizzarli. Poi a 14 anni eccolo manovale a tempo pieno, ma presente anche alle scuole serali dove si sarebbe diplomato perito edile, «anche se papà mi avrebbe voluto ingegnere». La storia milanese si conclude comunque nel 1967 con il distacco dal cordone ombelicale paterno e il ritorno a Erbusco. «Complice il matrimonio, avvenuto nel maggio di quello stesso anno, con Mariella Bertazzoni, dalla quale avrei avuto tre figlie: Carmen di 36 anni - vicepresidente del gruppo e alla quale fa capo L’Albareta - sposata con Martino de Rosa, uomo guida della Contadi Castaldi, cantina nata da una sua idea e attiva in pregiati vini franciacortini; Francesca, 30 anni, cui ho affidato la conduzione di Petra, e Valentina, 21 anni, studentessa di architettura a Mendrisio». Quando dopo il matrimonio Vittorio si mise in proprio si trovò a far di conto con un milione di lire di debiti, visto che sposandosi aveva voluto fare le cose in grande «e papà, che per via di alcuni investimenti si trovava a corto di liquidi, fu irremovibile nello sborsare soltanto la cifra promessa. Così, squattrinato ma intraprendente, il giovanotto avrebbe dato vita alla Mv (o Moretti Vittorio che dir si voglia), forte di quattro o cinque operai, che sarebbero saliti a 30/40 in un paio d’anni. E a tambur battente sarebbe arrivata anche una villa di proprietà da 250 metri quadrati, «anche se quella casa sarebbe risultata un grosso sbaglio, visto che ne avrei pagato le conseguenze sino al 1972. Fu quello un periodo durissimo, anche se nessuna delle tante "farfalle" firmate, o cambiali che dir si voglia, sarebbe mai stata protestata». Debiti e vitigni. Insomma, «mi dannavo l’anima e nel 1971, fra un debito e l’altro, acquistai i 15mila metri quadrati di terreno dove avrei impiantato il mio quartier generale. Fortunatamente il lavoro mi avrebbe premiato. E mentre gli altri portavano soldi in Svizzera, io mi limitavo a comprare terreni agricoli in località Bellavista, dove mi misi a impiantare vitigni». E fu su quell’omonima collina che nel 1977 avrebbe costruito la sua grande casaazienda, cantina compresa (che oggi ospita tre milioni di bottiglie), dove quello stesso anno avrebbe "spremuto" i primi 70/80 ettolitri di vino, che sarebbero saliti a poco più di 200 la vendemmia successiva. «L’idea era quella di diventare un bravo produttore di vino, per questo avevo ingaggiato uno specialista d’oltralpe nel campo dello champenois». Ma un altro incontro importante sarebbe stato quello con la futura anima operativa della sua creatura: l’enologo Mattia Vezzola. «Fra noi fu subito intesa, anche se non ci sentiva quando cercavo di convincerlo di voler produrre un vino migliore dello champagne e venderlo allo stesso prezzo». Affari edili. Nemmeno a dirlo l’attività enologica di Moretti si andava sviluppando in parallelo con quella edilizia, condita di case, scuole e centri commerciali. Fra i lavori più significativi, va ricordata la realizzazione nel 1984 del Golf club Franciacorta - di cui il presidente ha conservato il pacchetto di maggioranza - e la creazione nel ’97 del centro commerciale Le Porte Franche, all’uscita di Rovato dell’autostrada Milano-Venezia, un’operazione da 150 miliardi di lire, che «dopo un anno e mezzo di sofferenze sarebbe sbocciata in un "tutto venduto" nel giro di tre mesi». Senza dimenticare la nascita, nel 1987, del cantiere MaxiDolphin nei pressi di Rovato, dove «avrei realizzato anche il mio attuale 36 metri, battezzato "Virella" (acronimo di Vittorio e Mariella, ma anche felice connubio fra forza e bellezza). Ma è uno scafo impegnativo, che non trova l’interesse di mia moglie che non ama andare in barca. Per questo, sia pure a malincuore, finirò per venderlo».

Un benessere che nasce dalla Petra

«Il mio hobby? Produrre vino, ma anche berlo. Una passione di vecchia data, che mi avrebbe portato, nel 1978, a inventarmi il disegno delle bottiglie per le mie bollicine, design che avrebbe fatto inalberare Krug, fra i numeri uno dello champagne, il quale mi avrebbe intentato causa, perdendola, per una somiglianza che però si annullava nell’immagine. Semmai la parentela più stretta sarebbe stata con la bottiglia di un’azienda spagnola che aveva anticipato entrambi...». Come si vede nell’abbecedario di Vittorio Moretti è la schiettezza a tenere banco. Non stupisce quindi sentirlo affermare, visto che le attività legate alle costruzioni «vanno avanti da sole», che i suoi obiettivi primari risultano oggi quelli del vino, della ristorazione e del benessere. «L’occasione sarebbe saltata fuori nel 1996, quando ebbi l’opportunità di rilevare un’azienda fallita a Suvereto, in provincia di Livorno, che avrei chiamato Petra per via dei tanti sassi che si trovano in giro». Il risultato? Un’avveniristica cantina, 8mila metri quadrati freschi di calce, circondata da 350 ettari di terreno, 93 dei quali vitati. E una produzione a regime stimata in 800mila bottiglie, oltre a 7mila di olio extravergine. Il secondo "passaggio" toscano si identifica invece in una partecipazione di maggioranza (55%) nella Badiola - la tenuta di caccia del granduca di Toscana Leopoldo II -, accasata nel cuore della Maremma. Un’operazione da 20 milioni di euro, che può contare su 500 ettari di terreni, 35 dei quali vitati e altri 60 coltivati a olivo. È qui che si pavoneggiano le prime nuove suite di un lussuoso resort battezzato "L’Andana". «A gestirlo è il geniale chef francese Alain Ducasse, partner di questo progetto insieme a mio genero, dopo il suo jamais en Italie di vecchia data. Nel breve periodo saranno poi attivate altre 24 camere nella vicina Fattoria, nonché una trattoria toscana e un ristorante gourmand, oltre a una Spa e a un campo da golf a 18 buche».

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