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Il Sole 24 Ore

Salone del Gusto - L'alimentare punta sull'etica: a Torino i programmi per l'equo solidale ... Un'insolita alleanza tra sviluppo sostenibile e grande industria. Questa la nuova sfida economica e commerciale lanciata a Torino dal Salone del gusto che ha chiuso i battenti ieri con un afflusso record di visitatori. Chi sottolinea l'aspetto "mercantile" del grande mercato che si è svolto al Lingotto coglie una dimensione che anche a Slow Food comincia a stare un po' stretta. Non solo perché il Salone è ormai a tutti gli effetti "mostra internazionale", grazie al recente riconoscimento da parte della Regione Piemonte. È che lo stesso Carlo Petrini, fondatore dell'associazione e fonte inesauribile di nuovi progetti, comincia ad averne abbastanza delle "nicchie". Perché commercio equo-solidale, presìdi Slow Food e associazioni di consumatori etici possono salvare dall'estinzione prodotti legati al territorio e a tradizioni secolari, ma non sono in grado di garantire un sano sviluppo economico alle comunità a cui garantiscono la sussistenza. Ed è questo l'ulteriore passo da fare. Magari proprio con l'aiuto della grande impresa, che sempre più spesso scopre una forte sensibilità ai temi etici. Non si tratta di fare elemosine più o meno generose. Occorre «fornire strumenti affinché i piccoli produttori locali riescano ad essere competitivi sul mercato», come ha spiegato Giuseppe Lavazza illustrando il progetto Tierra con cui l'azienda torinese sostiene la produzione del caffè di qualità in tre comunità in Honduras, Colombia e Perù. Il progetto della Lavazza, su cui sono stati investiti per ora 600mila dollari, valorizza la tipicità del prodotto locale con azioni di sostegno più ampie: tecnologie e interventi per stimolare un razionale sfruttamento delle risorse e risolvere i problemi ambientali creati dalle lavorazioni, costruzione di scuole, case e reti fognarie. Tutto con l'obiettivo di rendere la comunità autonoma e «in grado di commercializzare il proprio caffè per quello che effettivamente vale». Lavazza non è sola in questo processo. Coop da anni vende i prodotti del commercio equo solidale (con un giro d'affari di otto milioni di euro), mentre Saclà sostiene i coltivatori peruviani di patate andine; l'azienda vinicola Planeta ha avviato un progetto per la valorizzazione di antiche varietà di riso basmati. Oppure realtà minori come Caffè del Doge, che lavora il prodotto di un presidio internazionale Slow Food in Guatemala, e versa un euro ogni chilo di caffè venduto e cinque centesimi ogni tazza servita nella caffetteria di Venezia all'associazione non profit "I bambini del caffè". E ancora chi opera in Italia, cercando di salvaguardare la coltivazione di grano duro, resa meno appetibile dalle nuove regole della politica agricola comunitaria. Rustichella d'Abruzzo produce già pasta con grani locali e investe ogni anno più di 20mila euro nella selezione di un grano nazionale che abbia la giusta miscela di tenacità e sapore. «Con la genetica basterebbero pochi mesi - spiega Gianluigi Peduzzi - ma preferiamo lavorare sulla ricerca, anche se questo ci porterà via almeno dieci anni, e riconoscere un premio agli agricoltori per la qualità della produzione».

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