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Il Sole 24 Ore

Il vino made in Italy riconquista la prima posizione negli Stati Uniti ... Il vino italiano riparte dagli Usa. Dopo aver subito all'inizio del 2004 il «sorpasso» dell'Australia (in termini di quantità esportate Oltreoceano), il vino made in Italy ha recuperato posizioni, chiudendo i primi sei mesi dell'anno a quota 400 milioni di dollari (+3%) e confermando così la propria leadership negli Stati Uniti. Ed è proprio dagli Usa che il vino italiano rilancia la sfida ai mercati internazionali. È quanto è emerso nei giorni scorsi a Miami (Florida) nel corso del «Vinitaly Us Tour», la kermesse organizzata da Veronafiere, con la partecipazione della Regione Veneto, durante la quale, oltre 40 etichette italiane (da Mastroberardino a Masi, dalla Tenuta San Guido a Pasqua, dal Consorzio dell'Asti a quello del Brachetto) hanno potuto incontrare centinaia di buyers americani in rappresentanza di ristoranti, enoteche, alberghi e catene della grande distribuzione. «Vinitaly Us Tour - ha spiegato il presidente di Veronafiere, Luigi Castelletti - vuole offrire, nuove occasioni promozionali e di vendita in un mercato strategico per l'export nazionale».
«Fatto 100 l'export del settore agroalimentare italiano negli Usa - ha aggiunto il direttore di Veronafiere, Giovanni Mantovani - il vino è la voce più rappresentativa e copre circa il 40% del totale». L'arma sulla quale puntare per consolidare le posizioni resta la qualità del prodotto. Un'arma tutt'altro che spuntata come dimostrato dai dati di un sondaggio condotto in 2.200 ristoranti americani di prestigio e presentati da Veronafiere. Le cifre mostrano che, nell'alta ristorazione Usa, i vini italiani hanno raggiunto nel 2003 una quota di mercato del 15,5% scavalcando i prodotti francesi (14,1%). Distanziati gli altri concorrenti con gli australiani fermi al 3,7% e gli spagnoli al 3,5%. «Per le produzioni di grande qualità non temiamo confronti - ha detto Piero Incisa della Rocchetta che segue il mercato americano per la Tenuta San Guido (l'azienda del celebre Sassicaia) -. La minaccia australiana è lontana. E, in futuro, per i consumi di alta gamma, dobbiamo temere più un "ritorno" dei francesi che stanno riaffilando le armi dopo aver perso posizioni». Tuttavia, la concorrenza di Sidney si fa sentire in altri segmenti di consumo. «Per i prodotti di fascia "media" gli australiani hanno messo in campo politiche di prezzo molto aggressive - ha aggiunto il presidente delle Cantine Bolla, Maurizio Ferri -. Finora abbiamo opposto al fenomeno delle "Two-Buck Chuck" (i vini da due dollari con i quali l'Australia ha invaso gli Stati Uniti), il nostro Pinot Grigio i cui acquisti negli ultimi anni sono esplosi. Ma adesso occorre cambiare strategia». «Gli importatori ci chiedono sempre nuovi ribassi di prezzo - ha aggiunto Nicola Fabiano, presidente dell'omonima azienda veneta - ma non sempre è possibile. Riducendo ancora i listini perderemmo il nostro connotato di produttori di grande qualità». «Molto meglio diversificare gli sbocchi - gli ha fatto eco il direttore della Feudi di San Gregorio, Enzo Ercolino -. Negli Stati Uniti le esportazioni italiane si concentrano sulle coste. Quella Est con New York e quella Ovest con la California. Mentre, invece, anche nel Sud ci sono aree emergenti. Penso, ad esempio, a città come Houston o come Las Vegas dove si acquista vino per 400 milioni di dollari l'anno e dove le etichette italiane sono poco presenti». Una prospettiva alla quale stanno pensando all'Ice. Nel corso del tour di Veronafiere è emerso, infatti, il progetto dell'Istituto per il commercio estero di aprire, in tempi brevi, due nuove sedi proprio a Miami e a Houston.

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