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Il Sole 24 Ore

Nuovi mercati - Il Vinitaly gioca la carta cinese. Missione di 160 produttori italiani a Shanghai ... Vinitaly sbarca in Cina. E per sferrare l'attacco al mercato del Celeste Impero fa le cose in grande, portandosi dietro un gruppo di cantine che rappresenta la crema della tradizione viti-vinicola italiana.
«È la sesta volta che veniamo in Cina, ma è la prima che ci veniamo sotto l'ombrello di Vinitaly e con al seguito ben 160 produttori di assoluta eccellenza», ha detto Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere, ieri a Shanghai per presentare la prima edizione cinese di Vinitaly organizzata in collaborazione con l'Ice. È un attacco coraggioso perché vendere vino in Cina non è un'impresa facile. Neppure per i francesi che sono sbarcati in forza oltre la Grande Muraglia parecchio tempo prima di noi, e che possono contare sui canali della grande distribuzione aperti in Cina da colossi del calibro di Carrefour e Auchan. Per tre buone ragioni. La prima è che, ormai da qualche anno, il mercato cinese del vino deve fare i conti con un serio problema di sovrapproduzione. Dopo essersi dimenticati per diversi secoli della sua esistenza (la leggenda narra che a importare le prime viti fu Zhang Qian, un generale inviato dall'imperatore a esplorare le regioni sconosciute d'Occidente, addirittura un secolo prima della nascita di Cristo), i cinesi hanno "riscoperto" il vino una ventina di anni fa. Da allora, il liquore di Bacco è entrato in una fase di boom che ha portato alla nascita di un'infinità di produttori locali (i più di livello scadentissimo). Frattanto, le importazioni dall'estero di vino sfuso destinato all'imbottigliamento in Cina con etichette locali sono aumentate in misura esponenziale. Il risultato è che oggi il mercato domestico è pressoché saturo. La seconda è che trovare un distributore affidabile è un'impresa ardua, e che alla fine l'unico canale di vendita utilizzabile resta quello della ristorazione (l'esperienza del Giappone insegna). La terza è che, nonostante l'impennata registrata dalla domanda nell'ultimo decennio, in realtà la maggior parte dei cinesi ha ancora una vaga idea di cosa sia il vino d'uva; e se deve bere qualcosa di alcolico preferisce di gran lunga i distillati locali a base di cereali. Predilige il rosso, giovane, secco, dal gusto fermo. Sceglie le bottiglie in base al prezzo. Dispone di un reddito medioalto, ha un'età compresa tra 35 e 45 anni, e ha frequentato l'università. È un colletto bianco, un burocrate, o un libero professionista, aperto agli stili di vita stranieri e amante degli status symbol. Il profilo del consumatore medio dimostra che quello cinese per i produttori di vini di qualità è ancora un mercato di nicchia. E che, a differenza di quanto accaduto con altri beni di consumo come le automobili, resterà tale ancora per lungo tempo. Ciononostante, giacché le nicchie in Cina sono comunque espressione di grandi numeri, il folto drappello di viticoltori italiani sbarcati ieri a Pechino al seguito di Vinitaly è ottimista. «Anche se in questo paese la logistica e la distribuzione restano problemi seri, i grandi cambiamenti che hanno attraversato la società cinese negli ultimi anni sono destinati a condizionare anche i consumi di vino», osserva Michele Chiarlo. «Ci vorrà tempo, ma con una buona dose di calma e di costanza i risultati arriveranno», dice Alessia Antinori.
Un altro esponente di punta del vino made in Italy, Angelo Gaja, indica la strada da battere. «La Cina è un mercato nuovo e quindi bisogna per prima cosa diffondere nel paese la cultura del vino. Per far questo è necessario tentare di abbinare il nostro vino al cibo cinese, ma si tratta di un'operazione che richiederà molti anni. In questo quadro - aggiunge Gaja - Vinitaly sta compiendo un'azione di prim'ordine per promuovere i prodotti italiani sui mercati internazionali. E dopo la Cina, il prossimo mercato da esplorare potrebbe essere quello indiano». Il direttore di Veronafiere, Giovanni Mantovani, è d'accordo: «La mancanza di una forte ristorazione italiana in Cina è un handicap notevole per lo sviluppo dei nostri vini su questo mercato. Ecco perché la sfida vera è quella di abbinare il vino italiano al cibo cinese. L'accordo che abbiamo appena siglato con l'Agenzia dell'agricoltura di Pechino, che consentirà ad alcuni cuochi cinesi di partecipare ai nostri seminari-degustazione, rientra in questa strategia».

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