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Il Sole 24 Ore

Il buon vino, quattro euro o poco più ... È ormai divenuto lo sport gastronomico dell'anno: ordinare un vino eccellente a poco prezzo, preferibilmente ottenuto da vitigno autoctono, questa specificazione a molti neo adepti a Bacco appare come una nuova etichetta di moda, da poco uscita sul mercato. I recenti dati dell'Osservatorio del Salone del Vino di Torino (oggi in trasferta alla città del gusto a Roma) mostrano che il consumatore è disposto ad acquistare bottiglie che si aggirano sui 4,30 euro, dunque più o meno 8mila lire del passato. Ebbene, non meno di un paio di anni fa, nelle carte dei ristoranti e negli scaffali delle enoteche o dei wine bar queste bottiglie erano "rara avis", insomma una primula rossa. Oggi all'improvviso rossi e bianchi, frizzanti o fermi sotto i 9 euro fanno capolino da ogni lista di osterie, trattorie e ristoranti e pullulano numerosi nelle mensole dei supermercati. E a dir il vero non appartengono solo al Nuovo Mondo (Cile, Argentina, Australia eccetera) come molti vogliono far credere, ma sono targati Piemonte, Toscana, Sicilia, Veneto, Friuli, Trentino, insomma il ghota del made in Italy. E allora sorge un'inquietante domanda, ma perché attualmente l'offerta di vini a prezzo accessibile di aziende blasonate è possibile, mentre fino a qualche mese fa non lo era? Le risposte possibili sono due: o i costi di produzione (materia prime, mano d'opera, distribuzione, marketing) sono drasticamente diminuiti per cui le aziende possono abbassare i prezzi oppure i produttori hanno deciso di ridurre i loro profitti per far fronte alla crisi dei consumi.Non è certo in atto una congiuntura che faccia risalire il fenomeno alla prima interpretazione, anzi tutto è bloccato ma non certo il prezzo, ad esempio, degli immobili o dei terreni vocati alla viticoltura. Di conseguenza nella caccia alle ipotesi non resta che pensare a una riduzione importante dei profitti aziendali. Viene da chiedersi quanto elevati in realtà fossero negli anni delle botti (si legga: barrique) grasse, quando molti vignaioli o produttori o commercianti acquisivano nuovi vigneti o nuove aziende ammortizzando l'investimento in un solo anno. Ma siccome sono per un mercato senza lacci e lacciuoli, dipendente solo dalla domanda e dall'offerta, ritengo fosse giustificato il comportamento dei produttori di fronte a consumatori poco avveduti, disponibili a far follie pur di acquistare un'etichetta solo perché portata alle stelle da Parker, da Wine Spectator o dalle ormai tante guide italiane.Poi all'improvviso è arrivato sul mercato uno strano indicatore: il rapporto qualità-prezzo, preso in prestito dalla customer satisfaction, a cui ormai tutti si rifugiano in corner per giustificare tuttora prezzi fuori mercato. Mi chiedo sempre più spesso cosa sia in realtà questo rapporto: chi è il misuratore della qualità? Il degustatore? Ma uno dei più grandi enologi, il francese E. Peynaud scriveva: «La qualità di un vino dipende dalla qualità del degustatore, ma siccome la qualità del degustatore non esiste...». E poi perché un vino di qualità, per esempio toscano o piemontese, deve costare di più del vino con pari dignità lucano o molisano?Ancora una volta sarà il mercato a decidere, ma i produttori dovranno fare i conti con 4,30 euro rilevati dall'osservatorio del vino che rappresenta il cuore della domanda dei consumatori. Sarà sempre più difficile vendere etichette con affiancati i voti delle guide, siano esse made in Usa o made in Italy, così come raccontare la favola del rapporto qualità-prezzo. Forse sarebbe più divertente sostituirlo con il rapporto etica (del prezzo)-piacere ... magari con un preciso riferimento ai vitigni autoctoni, autentici "beni culturali" del territorio, ma piuttosto vini da vedere che da commercializzare intorno ai quali già è cominciato il ballo dei politici. Mamma che rischio per il loro futuro, chissà se vedremo in luogo della sponsorizzazione delle guide, quella dei partiti, anzi delle correnti ... (arretrato del "Il Sole 24 Ore" del 28 novembre 2004)

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