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Il Sole 24 Ore

Un museo per celebrare il Brunello … Pare che lo bevessero già gli etruschi, anche se non è chiaro se fosse proprio lui, il Brunello. Di certo già nel Medioevo, è attestato storicamente che il vino per la zona di Montalcino avesse un’importanza economica capitale. Non mancava alla mensa di Guglielmo III, che si faceva recapitare il vino direttamente dalla Toscana, fino ai successi di oggi: nel 1984 il Brunello di Montalcino è stato il primo vino d’Italia a ottenere la Denominazione di Origine controllata e garantita (Docg). Un sigillo che del resto era di dominio mondiale, se è vero che il Brunello 1955 Biondi Santi è considerato da tutta la stampa enologica internazionale come uno tra i cinque migliori vini del XX secolo. Al più celebre vino made in Italy e alla intera comunità del territorio che lo custodisce come il suo miglior prodotto è oggi dedicato un aggiornatissimo e valido museo finanziato dalla Fondazione Giovanni e Giuliana Colombini, tra i più celebri vinificatori del Brunello. Il museo è stato fortemente voluto da Stefano Cinelli Colombini 8che ha idealmente ricevuto il testimone dalla madre Francesca, già animatrice dell’omonimo premio giornalistico), che ha restaurato e dato in uso mille metri quadrati degli antichi opifici della Fattoria Barbi. Il museo (www.museodelbrunello.it), ricostruisce la vita della comunità dando attenzione non solo alla produzione enologica. Nelle prime sale ampio spazio alla manifattura e al bosco, originarie fonti di reddito dei montalcinesi. Il comune, dopo l’industrializzazione e il gelo del 1956, che distrusse gran parte dei vigneti e oliveti, divenne uno dei più poveri d’Italia. Il riscatto proprio con il vino: negli anni 80 Montalcino è stato il comune d’Italia con il più alto reddito procapite.

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