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Il Sole 24 Ore

Il settore tira: in una settimana quattro rassegne ... Tutti insieme sparpagliati. Non si svela nulla di nuovo dicendo che l’Italia è il Paese delle fiere. Ce ne sono di tutti i tipi, di ogni dimensione, generaliste, specializzate, di respiro internazionale, di più modeste pretese fino alle sagre di paese. Ogni campanile aspira ad averne una e tutti i promotori coltivano sempre buoni propositi sulla loro funzione e utilità, nonché sul ritorno economico che l’evento produce alla comunità.
In fondo la fiera è un mercato. E il mercato è indubbiamente un motore capace di generare risorse e mandare avanti un Paese. Ora, se si restringe il campo a una visione più industriale, si arriva a ipotizzare in tutta la Penisola qualcosa come mille manifestazioni fieristiche. Numero certamente arrotondato per difetto, che però permette all’Associazione esposizioni fiere italiane (Aefi) di stimare in un anno 200 appuntamenti di valenza internazionale, 400 finalizzati a un ambito nazionale e 500 aventi carattere regionale o locale.
Un tripudio di eventi, cioè, in grado di coinvolgere 200mila imprese nazionali, 30mila estere e movimentare più di 22 milioni di visitatori, nonché sviluppare affari per 60 miliardi di euro. Tanto, per non destare interesse e impegno da parte della comunità economica e spingere Aefi, che si rifà a un sondaggio Eurisko, a sostenere che la Fiera “è l’attività promozionale cui ricorre il maggior numero delle imprese manifatturiere”.
Di più. Per il Censis il 75% di queste imprese indica “l’esposizione dei propri prodotti in fiera come uno dei principali, se non il principale strumento di marketing utilizzato, come strada privilegiata per fare conoscere i propri prodotti al mercato”.
Dunque, la fiera in quanto evento o mezzo che, oltretutto, ha dalla sua il merito di avere “il costo-contatto sensibilmente inferiore a quello di un annodi uscite pubblicitarie su una testata specializzata”, mentre è assai “più vicino a quello di una singola inserzione”.
Va da sé che se queste sono le premesse, chiunque abbia mezzi propri può avere buone ragioni per candidarsi quale promotore di una nuova fiera. Caso mai la questione che si pone è l’opportunità della manifestazione stessa. O, se si vuole, il contesto congiunturale nell’ambito del quale l’iniziativa viene promossa. Si prenda il caso del giorno.
Vale a dire il lancio da parte di Fiera Milano di “TuttoFood”, la mostra dell’alimentazione che aprirà i battenti domani e resterà aperta fino a martedì 8 maggio nello spazio espositivo di Rho-Pero.
Ieri, l’amministratore delegato di Fiera Milano Claudio Artusi nell’illustrare contenuti e finalità della mostra ha detto che “TuttoFood non nasce per spirito di contrapposizione” verso altri soggetti fieristici. “Soprattutto non nasce per contrastare i progetti di Cibus. Ma semplicemente per fare servizio e avvicinare produzione, distribuzione e consumatori”.
Un appuntamento, cioè, “che riteniamo sia utile alle imprese, che hanno la necessità di presentare e promuovere i propri prodotti, tipici della tradizione italiana, ma anche frutto della ricerca e dell’innovazione tecnologica che l’industria alimentare italiana è in grado di offrire al consumatore nazionale e internazionale”.
All’appuntamento partecipano più di mille e cento espositori di 32 Paesi che occuperanno una superficie di oltre 30mila metri quadrati. Numeri che secondo gli organizzatori giustificano l’iniziativa stessa.
L’unico problema, caso mai, non è la mostra in quanto tale, quanto la contemporaneità di eventi che anche altre istituzioni fieristiche hanno organizzato in concomitanza dell’evento milanese. E che si propongono di promuovere la tavola made in Italy. Così è per il Siab, la fiera del pane e della pizza a Verona, per lo Slow Fish di Genova, per la mostra della birra a Udine. Se l’obiettivo di tutti era fare conoscere al mondo il meglio del food & beverage italiano, il rischio è però la dispersione delle risorse. Allora, perché non coordinarsi e lavorare per fare sistema a favore del made in Italy?

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