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Il Sole 24 Ore

Il divieto non ferma le stragi ... Birra no, spinello si? Dentro la giungla dei proibizionismi Tarzan inciampa e Jane cerca uno spiraglio. Scruta la sacrosanta battaglia contro le stragi automobilistiche dei weekend e percepisce una tragicommedia.
Atto primo. Il Governo vieta la vendita di alcolici, dopo le due, “nei luoghi di spettacolo e intrattenimento”, poiché si deve all’ebbrezza la metà degli incidenti stradali notturni.
Atto secondo. Insorgono i gestori delle discoteche, insieme con parecchie organizzazioni turistiche: “I ragazzi vanno a ballare non prima della mezzanotte e quasi tutti all’una. Se li mettiamo a dieta siamo rovinati. Quanti danesi (tedeschi, inglesi) verranno a Rimini o a Cuneo, quando sapranno che qui non possono scolarsi due o tre whiskacci? E perché mai (ecco) sarebbe criminalizzata la birra, mentre lo spinello rimarrebbe lecito?”.
Atto terzo. La Commissione trasporti della Camera cancella (di fatto) il divieto. Sipario? No. Atto quarto. Qualsiasi autorità locale può intervenire per decreto sul territorio di sua competenza. Un sindaco del Lazio, per esempio, ha proibito il vino durante la sfilata di Carnevale. Atto quinto. Fervono i dibattiti, e i ragazzi continuano a sfracellarsi, perché hanno bevuto, perché l’alcol ottenebra i riflessi e disattiva i freni inibitori. Ma anche per gli eccessi di velocità, o, addirittura, per sfidare il pericolo, come fanno (all’estremo) i bulletti inglesi che si sdraiano tra i binari e filmano con il telefonino il treno che sferraglia sui loro corpi eccitati.
Secondo me, il proibizionismo non ha mai prodotto risultati decenti. Anzi: è una fontana perenne di contrabbandi, di delinquenze, di trasgressioni demenziali, di commerci inquinati e velenosi. Proibire è facilissimo, ma (spesso) è inutile. Se i ragazzi sono decisi a ubriacarsi (a rischiare il suicidio e l’assassinio d’innocenti), possono farlo anche prima e dopo le due del mattino. Possono munirsi di apposite fiaschette, comode per le tasche posteriori dei jeans (diventerebbero status symbol: d’argento per i ricchi, di plastica con l’icona del Che per i militanti). Possono comprare/ingoiare quel che vogliono nel bar vicino o nei pulmini alcolici che girano intorno alle discoteche. Possono imbottire i portabagagli con le cassette di birra. Possono affollare le feste private, i rave nei capannoni di periferia, oppure sballare allegramente con una cocacola e una pasticca, con uno sciroppo per la tosse, con qualche canna robusta.
Ubriacarsi fa male, questo è ovvio. Ma contro i disastri dei weekend non è sufficiente (ed è ingenuo) vietare la birra dopo le due. Bisogna impedire di guidare a chi ha bevuto troppo. I palliativi sono già previsti. Etilometri all’interno delle discoteche, associati (addirittura) a qualche premio di sobrietà.
Controlli severi all’uscita, ostracismo per chi barcolla. Però questa è, soprattutto, una sfida culturale. Stiamo parlando di un’epidemia che (secondo il ministero della Salute) uccide duecento giovani l’anno. Il proibizionismo non basta, e non serve nemmeno la scuola, che non riesce nemmeno a insegnare la matematica, figuriamoci se può essere maestra di vita. Contano gli esempi e i giudizi dei coetanei, del cosiddetto gruppo dei pari. “Guido io, che non ho bevuto. Con te non ci vengo, prendo la navetta. Vai piano, pagliaccio, o fammi scendere subito”. Decisivo è il verdetto di Jane, quando s’accorge che Tarzan, in macchina, è soltanto un kamikaze avvinazzato. E quando, giustamente, decide di evitarlo.

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