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Il Sole 24 Ore

Il vino premia la qualità ... Ecco le migliori etichette dell’isola - Il business è in crescita... L’enologia si riscatta: il 30 per cento dell’uva è destinato alle Doc... Senza alzare la voce, con discrezione, hanno cominciato a posizionarsi negli scaffali dei wine bar, delle enoteche e a prendere sempre più spazio nelle carta dei vini dei ristoranti di livello, nonché a guadagnarsi uno spazio anche nei mercati esteri. Si tratta dei bianchi e rossi di Sardegna che sono stati, in un primo tempo, trainati da un paio di griffe, quali Argiolas, Sella & Mosca, Cantina sociale di Santadi, Cherchi, Capichera, poi hanno cominciato a imporsi anche piccoli e medi viticoltori, oggi molto quotati in Italia e all’estero. Il comparto vinicolo sardo è in salute (circa 840mila ettolitri prodotti nel 2006) con forte ripresa di vitigni storici, come il Carignano del Sulcis e un sistema di tutele che finalmente presenta la qualità dei prodotti. Va ricordato che in Sardegna quasi il 30% della produzione, circa 240mila hl, è rappresentata da vini di qualità, sia classificati come Doc (l’isola ne vanta 19) e Docg (1sola, il Vermentino di Gallura), che è un valore ben al di sopra della media delle regioni meridionali.

Un ruolo importante nell’evoluzione di questa produzione enologica lo hanno giocato alcune cantine sociali quali quella di Gallura o gli Antichi Poderi Jerzu ma anche la cantina di Santadi, vessillo del vitigno Carignano del Sulcis con un sempre eccellente “Terre Brune”. E un rosso, quello ottenuto dalle uve carignano elegante, moderno con grandi possibilità di affermazione. Da sempre l’alfiere dei rossi sardi resta il “cannonau”, vitigno assai amato in Barbagia, ma il Carignano ha pari possibilità di affermazione, avendo forse una maggiore duttilità come il “Mantenghja” di Capichera.

Negli ultimi anni il cannonau, grazie ad alcune new entry, come il “Barrosu” di Giovanni Montisci di Mamoiada (le bottiglie sono tutte chiuse con ceralacca e spago) e alle conferme di Giovanni Gabbas con le etichette “Dule” e “Lillovè” e di Alessandro Dettori con il suo rosso hanno riproposto alla ribalta questo vitigno. Di quest’ultimo produttore di grande interesse sono il “Dettori bianco”, un vermentino in purezza, e alcune etichette davvero particolari, “Renosu” (sabbioso) dove sono utilizzati vini, un vermentino in purezza, un vermentino e moscato e un cannonau, definiti da Dettori seconde scelte, ma in realtà vini per palati raffinati, ottenuti con una metodologia, definibile biodinamica.

Una corsa verso l’alto alla quale hanno contribuito alcuni grandi enologi, quali Giacomo Tachis con la creazione di vini
straordinari come il “Turriga” delle cantine A’rgiolas, un rosso ormai nel gotha dei rossi nazionali, nonché “Angialis”, vino da dessert assai raffinato.

L’altro simbolo del vino sardo, la Vernaccia di Oristano ha sempre il suo portabandiera
nell’azienda di Attilio Contini di Cabras con l’etichetta “Antico Gregori”. Eccellente è anche un rosso “S’Arai” dei fratelli Pala, ottenuto da un uvaggio di cannonau, carignano, bovale e barbera sarda.

E ormai entrato a far parte stabile delle carte dei vini bianchi dei locali più prestigiosi del Paese il vermentino. Sebbene il vitigno, pare, sia giunto dalla Spagna, ha trovato il suo habitat naturale e proficuo soprattutto in Gallura. Bianco dai riflessi verdognoli, fragrante, dal sapore salmastro così particolare, di frequente con il retrogusto di miele, con sentori erbacei. E particolarmente vocato per accompagnare piatti di pesce.
Questo bianco è cresciuto grazie alla qualità raggiunta da molti produttori sardi, per esempio la cantina Gallura di Tempo Pausania con le sue etichette “Genesi” e “Canayli”:
due vini dall’eccellente rapporto qualità prezzo. Di questa azienda, guidata dal bravo enologo Dino Addis, è davvero apprezzbile un rosso, “Karana”, ottenuto da uve nebbiolo. Ancora per il Vermentino, “Tuvaoes” di Cherchi, produttore, tra l’altro, di “Luzzana”, rosso da uve cagnulari, quindi la collezione dell’azienda Capichera con le etichette “Capichera” e “Vigna Anzena”.
Con due sole annate di produzione è entrato nel mercato, subito con grandi consensi il “Matteu”, vermentino di Sebastiano Ragnedda, un bianco sapido che ricorda il mare, ottenuto da una vigna (con una resa di appena 20 quintali a ettaro) a 300 metri su un pianoro di graniti, che sono stati sotterrati e coperti dalla medesima terra ricavata dagli scavi.

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