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Il Sole 24 Ore

Il fallimento riflette
i nuovi equilibri globali ... In ballo c’erano 130 miliardi di dollari all’annodi tagli tariffari da pompare nelle vene di un’economia globale in preoccupante frenata. Il gioco del Doha round, dunque, valeva ampiamente la candela. Invece, a 7 anni dal lancio e dopo 9 giorni di trattative accanite a Ginevra sotto la tignosa regia di Pascal Lamy, il direttore generale della Wto, i negoziati per la liberalizzazione del commercio mondiale sono miseramente falliti. Perché?
“Lasciate dormire la Cina perché, quando si sveglierà, sconvolgerà il mondo” ebbe a dire una volta Napoleone. Il lungo sonno di Pechino è ufficialmente finito con l’ingresso nella Wto, l’organizzazione del commercio mondiale, nel 2001 per una strana coincidenza proprio in concomitanza con il principio del Doha round. Nessuno allora si rese conto del potenziale destabilizzante che il nuovo arrivato si portava dietro, perché nessuno era stato veramente in grado di valutarlo.
In sette anni la Cina ha fatto più e meglio dei profeti più incalliti del modello capitalistico: con rapidità incredibile ha scalato la classifica delle maggiori economie mondiali. Un sorpasso dopo l’altro è arrivata a battere anche la Germania. La performance non poteva lasciare indifferente nessuno. E così è stato. Risultato, la conflittualità di interessi, che è sempre esistita nel club sterminato formato dai 153 paesi della Wto, è diventata molto più difficile da governare per i problemi strutturali e politici, per i mutamenti negli equilibri di potere che l’ingresso di Pechino ha creato e sta creando.

Una volta erano Europa e Stati Uniti a fare e disfare i negoziati commerciali multilaterali. Comunque finirà, il Doha round ha segnato la svolta: è diventato lo specchio impietoso dei nuovi equilibri di potenza che stanno maturando nel mondo. Non è certo un caso che per la prima volta l’Europa non sia stata la protagonista “cattiva” della trattativa, l’affamatrice per antonomasia dei Paesi più poveri con la sue dispendiose sovvenzioni agricole (in via di smantellamento). Né è un caso che il grande scontro sia avvenuto invece tra Stati Uniti, Cina e India da una parte e dall’altra tra i grandi Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo.

In questa partita la Cina pesa non solo per le sue dimensioni ma perché è la fonte al tempo stesso delle promesse e delle minacce di questo round, spiegava ieri un diplomatico. E proprio il volto bifronte di un Paese, che ha i piedi tuttora nel sottosviluppo, ma la metà rivolta al mondo più industrializzato, destabilizza il negoziato in modo strutturale. Prima di tutto condannando a morte il G-20, il gruppo dei Paesi emergenti che ha scoperto di avere il “lupo” in casa: un alleato in grado di conquistare i loro mercati senza per questo essere disposto ad aprire il proprio. Come del resto l’India, in rotta di collisione con i grandi esportatori agricoli per il suo incrollabile protezionismo. Per ragioni simili i due colossi asiatici non potevano intendersi con Stati Uniti ed Europa a loro volta non disposte ad abbattere le rispettive barriere accettando una maggiore concorrenza in casa senza disporre di nuovi e più “giovani” mercati di sbocco.

Il mondo cambia, la produzione di ricchezza si sposta da un continente all’altro, rompendo i soliti schemi dello scontro Nord-Sud per far affiorare in modo altrettanto prepotente quelli Sud-Sud. Il Doha round ha inciampato su un processo di transizione strutturale che non poteva non complicargli la vita e che ne ipoteca il futuro. Naturalmente risente anche delle solite scadenze elettorali, le elezioni americane come quelle indiane. Ma questi sono fenomeni congiunturali che è sempre stato in grado di metabolizzare. Prendere invece le misure della Cina e dell’Asia che crescono rompendo secolari equilibri di potere politico ed economico è un’altra storia. Per questo nessuno è ancora riuscito a scrivere tutta quella del Doha round. E nessuno sa come finirà: se con il lancio di un nuovo multilateralismo, con il regionalismo e il ripiegamento sul protezionismo.

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