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Il Sole 24 Ore

“La rigidità americana ha fatto saltare tutto” … Il commissario Ue Peter Mandelson… Il giorno dopo l’implosione del Doha Round, si contano i morti e i feriti, si cercano i responsabili, si pensa al futuro. L’inglese Peter Mandelson, il negoziatore europeo, parla di “fallimento collettivo”, poi però fa tre nomi: Stati Uniti, India e Cina Dice che è stata soprattutto la mancanza di flessibilità americana a impedire di percorrere l’ultimo miglio per arrivare all’accordo. Ma in questa intervista al Sole-24 Ore, il commissario europeo lancia anche un appello al Governo Berlusconi: “Spero che sostenga il Round perché l’Italia è un Paese esportatore, con grossi interessi agricoli e industriali, quindi ha. bisogno della maggiore domanda in arrivo dalle economie emergenti. Se si erigono muri protezionistici, non si fa niente di buono ma si accelera il nostro declino relativo di fronte alla forza montante dei paesi in via di sviluppo”.

Che cosa ha fatto saltare un accordo che pareva a portata di mano?

Quando si toglie un mattone, c’è sempre il rischio che la costruzione crolli.

Quel mattone è la clausola speciale di salvaguardia che permetteva di ripristinare le barriere tariffarie di fronte a impennate dell’import o a cadute dei prezzi?

Avevano tutti ragione a cercare di riposizionarlo un po’ quel mattone: gli Stati Uniti a cercare di porre limiti all’uso della clausola e i Paesi invia di sviluppo ad agitare paure economiche e umane a tutela dei loro milioni di agricoltori per proteggerli dall’invasione dei prodotti americani sussidiati.

Che cosa è andato storto?

E mancata la volontà di arrivare a un compromesso. Dimostrare flessibilità per trovare un punto di incontro, una via mediana tra rivendicazioni opposte ma giuste in ambedue i casi.

Il suo non è un giudizio un po’ troppo salomonico?

Si sono scontrate vedute diverse. Gli stati uniti avrebbero dovuto continuare a negoziare mostrando più flessibilità. Invece erano persuasi di dover essere premiati, con un maggior accesso al mercato agricolo dei Paesi emergenti, per la riforma del loro sistema di sovvenzioni. Il che non mi sembra giusto. Non potevano aspettarsi che gli emergenti abbassassero le loro tariffe perché loro riducevano i propri sussidi. Non stava in piedi. E non ha funzionato.

Però gli Stati Uniti ritengono che Cina e India abbiano esagerato nelle loro pretese protezionistiche...

Gli Stati Uniti sono convinti che India e Cina in questa occasione non abbiano mostrato leadership né assunto in modo equo le loro responsabilità. Non sono d’accordo. Cina, India e molti Paesi in via di sviluppo si sono assunti le proprie responsabilità però hanno fissato delle linee rosse da non oltrepassare, esattamente come Europa e Stati Uniti.

Non trova bizzarro che il Round che doveva liberalizzare il commercio mondiale si sia incagliato su una clausola per erigere nuove barriere tariffarie agricole?

C’è un’indubbia ironia. Però le liberalizzazioni, in particolare in agricoltura e nei Paesi in via di sviluppo, non possono essere improvvisate, devono procedere in modo graduale. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto capirlo.

Questo è il primo Round della Wto in cui l’Europa non gioca una parte di primissimo piano. Perché? Sintomi di declino?

L’Europa è al centro del Round per le offerte che ha messo sul tavolo. La sua leadership si è dimostrata essenziale per sostenere i negoziati. Però è vero che non è stata uno dei grandi protagonisti e anche questo spiega il fallimento.

Italia e Francia con il gruppo dei 9 volenterosi decisi a migliorare l’accordo su tariffe industriali e indicazioni geografiche le hanno complicato la vita? O no?

Non mi hanno complicato la vita ma hanno distratto la mia attenzione negoziale. Sulle indicazioni geografiche stavamo avanzando sull’estensione del registro ad altri prodotti agricoli oltre a vino e alcoolici. Visto che la trattativa è fallita, quella parte non è entrata nel pacchetto. Non capisco le pressioni degli Stati membri su di me, hanno frustrato il negoziato. Avremmo potuto ottenere quello che volevamo.

Come vede ora le prospettive del Round?

Non rinuncio. Ma non sarà né facile né rapido il recupero del negoziato. Ricominceremo in autunno a riflettere sul prezzo del fallimento, perché sia temporaneo e non permanente. E per evitare il rischio di ricominciare da capo. Spero che il Governo italiano ci sosterrà.

Teme il contrario?

L’Italia è un grosso esportatore di prodotti agricoli e industriali. Quindi ha bisogno della domanda dei mercati emergenti. Se si alzano muri protezionisti, si accelera il nostro declino relativo di fronte alla forza montante altrui.

Non è che il Round sia fallito per ragioni strutturali, l’ascesa rapidissima della Cina, un club disparato di 153 Paesi chiamati a decidere all’unanimità, la crisi del multilateralismo?

Né la Cina né la globalizzazione devono spaventare ma indurre tutti a giocare con le stesse regole. Il Round è il primo test per coordinare l’azione internazionale alla ricerca di una leadership globale a responsabilità condivise. E vero, siamo in 150 con interessi diversissimi ma non è impossibile riconciliarli: l’accordo era fatto al 90 per cento. Se non ci adatteremo all’architettura globale, pagheremo un prezzo altissimo.

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