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Il Sole 24 Ore

“Serve un nuovo governo globale” ... Il negoziatore italiano Adolfo Urso... “Una marcia nel deserto. Questo sarà il futuro dei negoziati. per il libero scambio se non si procederà a varare nuove regole di governance mondiale: per la Wto ma anche perle altre istituzioni internazionali. A partire dal fronte valutano con una nuova Bretton Woods. Ed è questo il fronte su cui l’Italia dovrà impegnarsi quando avrà la presidenza del G-8 il prossimo anno”.
Di fronte all’ennesimo fallimento delle trattative del Doha Round è pragmatico e propositivo Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo, reduce dai dieci giorni che non hanno sconvolto il mondo e che anzi rischiano di gelare i progressi sul fronte del multilateralismo e di rinvigorire le tentazioni protezionistiche. Così come potrebbero vanificare i benefici che si è stati a un passo dal conseguire per la tutela degli interessi commerciali dell’Italia.

Dove si va ora? C’è chi scommette su una ripresa del negoziato in autunno...

Meglio fermare le lancette. I progressi fatti nelle trattative devono restare sul tavolo. Se ne riparlerà probabilmente la prossima primavera, quando ci saranno nuove amministrazioni in Usa e India. Avremo bruciato un altro anno, ma si potrà continuare a lavorare a livello tecnico per trovare soluzioni migliori per tutti.

Dopo 60 anni si è al capolinea del libero scambio? Cosa può significare per un Paese esportatore come l’Italia?

Come economia trasformatrice le cui industrie hanno saputo tornare competitive, l’Italia più di altri ha bisogno di un mondo con regole precise, garanzie di reciprocità e dazi il più bassi possibile. Per questo ci siamo mossi per tutelare i nostri interessi in un round che dovrà comunque riscrivere le regole del commercio, così come deciso a Doha. È comunque ormai chiaro a tutti che occorre una nuova governance globale che tenga conto in pari misura degli aspetti valutari, ambientali e sociali. Non basta il Doha Round a garantire commerci equi e sviluppo.

Chi sono i responsabili del fallimento di Ginevra?

L’accordo è naufragato nel Pacifico, non certo nel Mediterraneo, a differenza del passato. Per l’intransigenza di un grande esportatore agricolo come gli Usa e di India e Cina, che tutelano agricolture ormai non competitive. Se a questo si aggiunge che i nuovi competitori emergenti (Bric e non solo) con le loro politiche commerciali agguerrite, agricole e industriali, invadono i mercati a danno soprattutto dei Paesi più poveri, è ora che anche loro si assumano maggiori responsabilità globali, acconsentendo a maggiori aperture.

C’è chi in Italia, anche in seno al Governo, ha esultato per il fallimento, sostenendo che così proprio gli interessi dei nostri agricoltori sono salvi...

Veramente, le ultime bozze negoziali prevedevano la salvaguardia di tutti gli interessi dell’agricoltura italiana, l’evoluzione della politica agricola comunitaria oltre il 2013, la riduzione dei dazi doganali e l’esclusione di tutti i prodotti mediterranei italiani dalla lista dei prodotti tropicali. Grazie all’azione d squadra del nostro Governo, con il sostegno del presidente del Consiglio e del ministro Scajola per la prima volta il costo degli accordi non avrebbe penalizzato l’agricoltura mediterranea ma quella del Nord Europa. Ne avrebbe guadagnato la filiera agroalimentare italiana per la riduzione dei dazi su alcuni prodotti da import, come grano duro (guadagno da 50 a 75 milioni) e carni bovine (25 milioni). Ma benefici ci sarebbero stati anche per l’export: ad esempio un guadagno di 66 milioni per le vendite divino negli Usa, grazie al dimezzamento dei dazi dal 20 al 10 per cento. Inoltre, nonostante l’opposizione americana, l’ultimo giorno si stava profilando un testo vantaggioso per l’Italia sulla tutela delle Indicazioni geografiche.

E sul fronte industriale?

Si sarebbero consolidati dazi più bassi e avremmo guadagnato maggiore accesso sui mercati dei competitori emergenti: i dazi sarebbero scesi in media al 9,62% per il Brasile, al 6,44% per la Cina, al 17,19% per l’India. Comunque non sarebbe stato più possibile aumentarli in maniera arbitraria, come per esempio ha fatto solo poche settimane fa il Brasile per il tessile. Perciò occorre fermare le lancette e ripartire da dove si era arrivati.

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