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Il Sole 24 Ore

Il re del biotech ha scommesso 12 milioni sulle cantine del Salento ... Storia di un’azienda che riscopre la vendemmia a piedi nudi... In principio biologo, ricercatore, direttore di laboratorio, manager, capitano d’industria, finanziere internazionale. Poi a 50 anni viticoltore. Claudio Quarta, salentino di ritorno, studi universitari a Roma, ricercatore nella Lepetit, salto nel biotech farmaceutico con la prima società biotecnologica italiana quotata in Borsa (Biosearch Italia), sbarco in America nella finanza di Wall Street, al Nasdaq, mega liquidazione dalla Pfizer e nel giugno 2005, tre anni fa, rientro in patria, a Lecce. Da allora il presente e il futuro di Claudio Quarta è il vino, la terra e la vendemmia. Quarta fonda la Quarta&Partners per investire nel settore vitivinicolo e realizzare al Sud un grappolo di società di controllo di vigneti e cantine sparse in Campania (azienda agricola San Paolo di Torrioni, ad Avellino), Marche, Sicilia e naturalmente Salento. In Puglia, a Pulsano, a sud di Taranto, il progetto ha fatto i primi passi già in questa vendemmia con il primo raccolto ottenuto da 13 dei 43 ettari vitati a Primitivo e Negroamaro nella tenuta “casino Nitti”, dal nome del casino di caccia appartenuto al presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Francesco Saverio Nitti. Lasciate sulla pianta, le uve di Primitivo hanno dato un buon vino passito. E qui che a gennaio prossimo, conferenza di servizi permettendo, dovrebbero partire i lavori per ristrutturare una vecchia cantina dove la pigiatura dell’uva sarà fatta con i piedi e la fermentazione in giare di terracotta. Nella nuova ala della cantina, sempre sotterranea, le uve invece andranno in caduta e la fermentazione avverrà in vasche di acciaio. Tutto sarà pronto a giugno 2010 quando saranno stati spesi tutti i 12 milioni di euro preventivati. Un altro acino del grappolo è a Guagnano (Lecce) con la cantina Emera (in greco vuol dire giorno) che già trasforma le uve ottenute sul posto e quelle di Pulsano cui si aggiungeranno, nel 2009, le produzioni di altri due siti, uno in Sicilia (dove è in corso l’acquisizione di 16 ettari nell’agro di Marsala, otto già vitati e altrettanti da vitare a Nero d’Avola e Grillo) e un altro nelle Marche. Tutte le produzioni vinicole avranno poi una vetrina di eccezione a Milano, in zona Brera, con un concept store chiamato “Magistra Vini” in cui rendere note tutte le attività del gruppo (vigneti, prodotti agroalimentari tipici del Salento, accoglienza extralberghiera in resort di lusso). Poco più a nord, a Brindisi, un’altra storia di vitivinicoltori di qualità senza alcun legame diretto, all’inizio, con la terra. E la storia dei Rubino di Brindisi, una famiglia di professionisti lontana dal settore. Poi Tommaso Rubino, industriale del settore chimico, diversifica e a metà degli anni 80 decide di puntare su grosse aziende agricole, che rileva, e su vigneti di qualità. Poi nel 1999, dopo sette anni di apprendistato, il figlio Luigi, terminati gli studi classici e la laurea in economia e commercio all’università di Lecce, continua la sfida paterna: trasformare e commercializzare le produzioni dell’azienda con il marchio Tenute Rubino . La superficie vitata è di quasi 8o ettari quando, nel 2000, nasce una nuova cantina di 8.000 mq. per la vinificazione e l’affinamento. E questa cantina che segna la fine della vendita di uve sparse in tutta Italia e quella di vinificare e commercializzare in proprio per conservare il valore aggiunto della trasformazione. I vigneti intanto aumentano fino ai 200 ettari attuali, distribuiti in quattro tenute sparse nel raggio di una decina di chilometri intorno a Brindisi. Ora Tenute Rubino ha una gamma di vini, in maggioranza monovarietali (da uve Negroamaro, Susumaniello, Malvasia nera, Sauvignon blanc e Montepulciano) ed esporta in 20 Paesi il 70% del prodotto venduto in confezione (700mila bottiglie nel 2008) mentre la parte restante è destinata al mercato domestico (soprattutto Puglia e poi Lombardia, Lazio, Veneto). Secondo Luigi Rubino ormai avanza quello che chiama “rinascimento enologico della Regione” ma occorre proseguire sulla qualità: “Le aziende pugliesi devono spingersi avanti con decisione in questo processo di rilancio del vino di qualità investendo nei vigneti e in cantina. Occorre uno sforzo collettivo e convincersi che la Puglia è terra di grandi vini”.

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