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Il Sole 24 Ore

Le nuove sfide che attendono il mercato del vino ... L’Italia del vino, dopo più di un lustro di leadership produttiva, nel 2009 ha ripassato il testimone alla Francia. La rivale di sempre. I vigneron transalpini, infatti, hanno potuto contare su 45,7 milioni di ettolitri, in crescita del 9% sull’anno prima. I vignaioli italiani, invece, si sono dovuti fermare a 45,5 milioni, sotto del 3 per cento. Insieme i due paesi sfiorano, secondo i dati dell’Oiv, il 35% della produzione mondiale (268 milioni di ettolitri), in forte calo rispetto al 45-50% degli anni 80. Segno evidente di come il mondo del vino sia cambiato in vent’anni. Ma sono ben altre le novità giunte a maturazione e destinate a condizionare la vitivinicoltura nazionale e internazionale del prossimo futuro. A partire già dai prossimi mesi.
La madre di tutte le novità è stata senza dubbio l’entrata in vigore dell’Ocm vino, la riforma del mercato vinicolo Ue varata con il regolamento 479/08 e divenuta operativa nella seconda metà del 2009.

Una riforma durata dieci anni di dibattiti e di cambiamenti. I dati riportati sopra fanno capire come forti sono i malumori che hanno interessato il mondo della produzione, della trasformazione, ma anche del commercio e della comunicazione del prodotto vino. Contestazioni che in qualche caso hanno permesso alle autorità di riaggiustare il tiro. Com’è avvenuto per il rosato “miscelato”, la cui normativa è stata ripensata verso una maggiore naturalità della bevanda.
È scomparsa la dizione vino da tavola, sostituita dal nome del vitigno che, accompagnato dal millesimo, può avere l’onore dell’etichetta. È cambiata, e qui sta il nuovo profilo dell’intera impalcatura Ocm, la norma che regola le denominazioni di origine: da controllata (Docg, Doc, Igt che in Italia restano in vigore in quanto sigle) a protetta (Dop, Igp). E quindi, a cascata, l’accelerazione impressa ai lavori italiani sulla riforma della legge 164, relativa alle indicazioni di origine ferma da 17 anni e ormai a un passo dal decollo.
Non a caso, quando lo scorso novembre la Commissione agricoltura ha detto sì al nuovo decreto legislativo, il ministro Luca Zaia ha definito il passaggio dei controlli dai Consorzi di tutela a un ente terzo, “una novità storica che farà bene al settore del vino”. Una novità che, se adottata prima, forse avrebbe aiutato a evitare la ben nota e triste vicenda del Brunello di Montalcino.
Storica è peraltro la decisione della Ue di aprire il rubinetto dei finanziamenti per la promozione, e che ha portato all’Italia una dote di 238 milioni nel 2009, mentre altri 298 milioni sono in arrivo per il 2010. Una generosità che mai si era vista in passato e che, se ben gestita, dovrebbe a rigor di logica rilanciare l’immagine del vino made in Italy in un momento in cui l’export accusa tagli piuttosto pesanti.
Il mercato del vino, va da sé, non poteva non risentire della crisi economica internazionale. Contraccolpo che per l’Italia si è tradotto in un calo dell’export e in un forte rallentamento della domanda interna. Cali congiunturali e strutturali, soprattutto in quelli che sono sempre stati i grandi mercati di sbocco per il made in Italy, a cominciare dagli Stati Uniti, per proseguire con i paesi dell’Estremo Oriente e del nord Europa. Con perdite a due cifre per parecchi mesi e che solo con l’inizio dell’autunno hanno ridotto il gap rispetto a quanto fatto l’anno prima. Le cause di tutto questo - lo dicono i responsabili dell’Ice di Roma e lo confermano anche le statistiche provenienti da oltre atlantico - vanno cercate nella crisi economica e finanziaria. Di fronte alla quale i consumatori hanno riorientato i propri acquisti verso prodotti di minor prezzo. Inevitabile per i produttori mettere mano alle forbici per tagliare i prezzi di cessione. Guerra al ribasso che, sui grandi mercati di consumo, ha visto il prevalere di prodotti di paesi dell’emisfero Sud che hanno optato per un export dello sfuso a scapito dell’imbottigliato. Ma non per questo lo scontro può dirsi vinto da quanti hanno fatto i maggiori tagli. Semmai è proprio in queste occasioni che si rende necessario tenere ben saldo il timone verso un obiettivo che riconsideri la politica commerciale, senza per questo svendere il prodotto di qualità.
Valga per tutti quanto dichiara Emilio Pedron, amministratore delegato del Gruppo italiano vini, il maggiore per produzione (75 milioni di bottglie) e fatturato (288 milioni di euro). “La crisi gioca brutti scherzi non solo perché fa perdere mercato, ma perché condiziona le scelte delle imprese. Oggi vi sono aziende che pur di non perdere fatturato scelgono di tagliare i listini di cessione in modo irrazionale. È una scelta che noi non condividiamo né perseguiremo, perché finisce per svilire l’immagine dei nostri vini e depauperare la ricchezza che abbiamo creato anno dopo anno intorno ai nostri marchi, alla nostra azienda.
“Rivedere i prezzi al ribasso - continua Pedron - ha senso farlo in presenza di tagli dei costi di gestione e delle materie prime. Diversamente, abbattere i listini determina la banalizzazione di prodotti che banali non sono. E poi farlo in momenti come questi non fa vendere di più”.

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