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Il Sole 24 Ore

Feudi di San Gregorio dal cuore antico ... Vino. La cantina della famiglia Capaldo ha puntato sui vitigni tradizionali irpini ... Il cuore dei Feudi di San Gregorio, uno dei principali produttori divino del nostro Sud, è rappresentato da una vigna che sorge nel piccolo comune di Taurasi, dove le viti convivono con i noccioli, i ciliegi con gli ulivi, gli albicocchi con le piante di caco. “Qualche tempo fa - dice l’amministratore delegato Pierpaolo Sirch, friuliano trapiantato in Irpinia - alcuni enologi francesi lo hanno visto e si sono emozionati”. Perché, quando nel Medioevo tutta l’Europa era coperta dalle foreste, gli uomini piantavano le vigne insieme agli altri alberi. I Feudi di San Gregorio sono questo: una miscela di antico e di moderno. Tecnologie e terra. La storia dei Feudi di San Gregorio, in questa montagna irpina insieme verde e dura che sotto il sole del Sud l’anno scorso ha avuto 200 giorni di pioggia, è anche la storia di una famiglia e di un pezzo del Paese. “Nel 1986- racconta Antonio Capaldo, che nel management ricopre la posizione di presidente e cli direttore commerciale - la mia famiglia decise di acquistare alcune vigne per fare qualcosa per la sua Irpinia, che ancora soffriva degli effetti del terremoto di sei anni prima”.
Diversi rami della famiglia parteciparono all’iniziativa. L’azionariato nel tempo ha avuto una semplificazione e Pellegrino Capaldo (73 anni) detiene oggi il 93% del capitale. Capaldo, economista dell’Università La Sapienza di Roma,è uno dei membri degli intellettuali più influenti nel mondo cattolico italiano, a metà fra banche e politica. Il figlio Antonio 34 anni, ha scelto di dedicarsi all’imprenditoria nelle terre di famiglia, dopo un percorso internazionale. Phd in economia dello sviluppo alla London School of Economics con una tesi sperimentale sul microcredito praticato dalla Grameen Bank del Nobel per l’economia Muhammad Yunus, Antonio ha lavorato per quattro anni a Parigi inLazard e per sei anni da McKinsey, con base Roma. “I nostri primi vini-ricorda - vennero venduti per la prima volta sul mercato nel 1991”.
Da allora, la società è cresciuta in maniera rapida. “Oggi - dice Capaldo - la nostra società produce oltre tre milioni di bottiglie all’anno e fattura una ventina di milioni di euro, con un utile netto intorno ai 500mila euro”. In provincia di Avellino ci sono 180 ettari di Aglianico, Fiano e Greco. Nel Beneventano, 15 ettari per la Falanghina. Altri 70 ettari fra la Basilicata (Aglianico) e la Puglia (Falanghina e Primitivo di Manduria). In Feudi di San Gregorio attualmente lavorano un centinaio di persone. Una cinquantina sono addetti diretti, impegnati nelle cantine e nella funzione commerciale. Una cinquantina nelle vigne, in cooperative che lavorano soltanto per l’azienda della famiglia Capaldo. “Oggi un quarto dei nostri ricavi proviene dall’export - dice Antonio Capaldo - ,si tratta di una quota minoritaria, ma in crescita, che segna bene l’orizzonte strategico della nostra azienda Nei primi anni Duemila, i vini del Sud sono stati scoperti dai consumatori. Il mercato interno assorbiva l’intera produzione e garantiva buoni margini di guadagno. Valeva per noi, come valeva per gli altri produttori. Oggi la scommessa è riuscire a incrementare la nostra penetrazione all’estero”.
Negli ultimi anni il mercato mondiale è stato contraddistinto dall’affermarsi dei nuovi produttori globali: paesi di minore tradizione rispetto all’Italia e alla Francia. Ma di forte capacità produttiva “La Nuova Zelanda, il Cile, il SudAfrica - sottolinea Capaldo - hanno migliorato il loro livello qualitativo, cambiando il quadro della competitività globale”. Anche per questo, per un vino insieme giovane e antico come quello irpino, si pone una questione di competitività biologica “Perciò - dice Sirch-insistiamo sullo studio e sul miglioramento genetico dei nostrivigneti storici”. Alcuni di questi ultimi hanno centocinquanta anni. “Su questo versante - sottolinea Sirch - abbiano allacciato un rapporto stabile con le università di Milano e di Napoli, in particolare con l’agronomo Attilio Scienza e l’enologo Luigi Moio”.
In un mercato complesso, dunque, i Feudi di San Gregorio provano a intrecciare un dialogo fra antico e moderno. Una compresenza insieme estetica e funzionale: per esempio la tradizionale forma della pergola con cui sono coltivate le viti più antiche fa il paio con il design di interni (in tutta l’azienda) di Massimo Vignelli e le linee ipermoderniste dell’architetto giapponese Hilcaru Moriche nel 2004 ha progettato la nuova cantina, finita l’anno dopo alla Biennale di Venezia Anche se la corporate identity dei Feudi di San Gregorio continua a essere radicata nel territorio, la cui cultura materiale è per esempio reinterpretata nel ristorante Marennà, una stella Michelin nel 2009.
“il nostro prossimo progetto - dice Antonio Capaldo - è rappresentato dall’agriturismo diffuso. In ogni vigna c’è una vecchia casa colonica Le vogliamo sistemare tutti, per ospitare i nostri clienti, offrendo loro una esperienza di gusto e culturale. Dobbiamo imparare a vendere questa terra, perché questa terra abbia un futuro”.

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