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Il Sole 24 Ore

Joint venture
per crescere
con il vino in Cina ... Recenti indagini segnalano
che nel 2020 la Cina sarà
il primo consumatore
mondiale di vino. Un’opportunità
per gli operatori italiani,
che possono trovare sul mercato
cinese rilevanti possibilità di
crescita. L’Italia, peraltro, nel
2013 è stata il principale produttore
divino al mondo, con un fatturato
aumentato del 4,8% grazie
all’export (+7,7% in valore),
mentre i consumi interni hanno
registrato una flessione attorno
all’8 per cento. Le esportazioni,
dunque, sono una via obbligata
per il settore vitivinicolo.
Per agire con successo sul
mercato cinese, è bene appoggiarsi
a un importatore affidabile
locale, promuovere il prodotto
tramite i canali tradizionali e
no (piattaforme digitali) e, se
c’è la forza economica per farlo,
ricorrendo alla sponsorizzazione
di un noto personaggio cinese.
Secondo un sondaggio del
China wine information
network, infatti, il consumatore
cinese sa poco del vino e ha bisogno
che il prodotto gli venga
spiegato non in termini tecnici,
ma con una storia che lo possa
raccontare (terra d’origine, tradizione
ecc.). Il consumatore cinese,
inoltre, pur privilegiando
il vino importato, tende a preferire
vini di prezzo medio, anziché
quelli più costosi.
Con un investimento importante,
si potrebbe creare una
joint venture con una grande realtà
locale, come il gigante della
produzione vinicola cinese
Changyu, che tempo fa ha annunciato
il lancio di “Pioneer
Wine”, piattaforma per la vendita online di vino (jiuxianfeng.com). In Cina la produzione alimentare
e la distribuzione in generale
di food & beverage rappresentano
una categoria nella
quale è necessario dotarsi della”
“licenza di distribuzione alimentare
e gli operatori cinesi
del settore, al dettaglio e all’ingrosso,
sono incredibilmente
numerosi (anche per l’enorme
quantità di consumatori). Trovare
quindi un partner locale
per una joint venture costituirebbe
la via preferibile per rapportarsi
al mercato: essendo il
partner cinese più sensibile ai
gusti dei consumatori locali,
non solo sarebbe più facile
orientare le scelte sui prodotti
da proporre, ma - grazie alla
joint venture - verrebbe meno
il passaggio della licenza necessaria
per la distribuzione. Si
può costituire una “joint venture
distributiva” oppure una società
che, in base alle modifiche
introdotte nel 2013 e recepite
nel gennaio 2014 alla Company
Law, non richiederebbe nemmeno
un capitale minimo, seppure
adeguato all’ambito di operatività
dell’investimento. Cooperare
con un distributore locale
faciliterebbe anche le esportazioni:
generalmente, infatti, il
partner cinese è in contatto con
una shipping company, ed può
quindi aiutare la società italiana
per la documentazione da produrre
e le procedure per lo sdoganamento.
Per il mercato cinese,
inoltre, è necessario che il
prodotto presenti un’etichetta
non solo descrittiva, ma con informazioni
dettagliate sulla sicurezza
e sull’importatore.

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