In tempi di calo dei consumi, in un anno in cui anche qualche big mondiale della spumantistica Metodo Classico ha vissuto qualche flessione, a partire da “sua maestà” lo Champagne (-1,8% le bottiglie uscite dalle maison sul 2024, pari a 266 milioni di bottiglie), una sostanziale stabilità nei volumi e nei valori è qualcosa a cui vale la pena brindare. Come hanno fatto le “bollicine di montagna” del Trentodoc, con i numeri dell’Osservatorio dell’Istituto Trentodoc, che confermano la tenuta del comparto: nel 2025 il fatturato si attesta a 180 milioni di euro, in linea con l’anno precedente, con 12,2 milioni di bottiglie vendute. Un dato che riflette la continuità del percorso di crescita della denominazione e il consolidamento del suo posizionamento nel segmento delle bollicine di qualità.
“È un risultato da leggere positivamente, in un periodo difficilissimo per tanti motivi, in tutti i settori, e con il vino in generale che, ovunque nel mondo, registra dei cali di consumo”, commenta, a WineNews, Stefano Fambri, presidente Istituto Trentodoc (e direttore Nosio, la commerciale del Gruppo Mezzacorona, ndr). “È un dato ancor più positivo se si pensa alle enormi questioni geopolitiche che stanno avendo ripercussioni sul potere di acquisto dei consumatori. E che dimostrano come il valore del Trentodoc - sia in termini di qualità, che di notorietà del marchio, che economici - sia riconosciuto dai consumatori”. E non è un caso che le tipologie di maggior pregio, Riserve e Millesimati, sottolinea l’Istituto Trentodoc, rappresentino “un segmento distintivo e sempre più apprezzato, contribuendo alla valorizzazione complessiva del comparto.
Con le “bollicine di montagna” trentine che, secondo Fambri, hanno dalla loro anche la capacità di aver incontrato le modalità contemporanee di consumo del vino, con i consumatori che cercano vini identitari, non banali, ma più freschi e versatili: “il contesto di mercato richiede oggi attenzione e capacità di adattamento. In questo scenario, il Trentodoc conferma segnali di equilibrio e continuità, sostenuti dal lavoro delle aziende e dalla coerenza del progetto di denominazione. I dati dell’Osservatorio Trentodoc evidenziano un comparto che, nell’arco di un decennio, ha raddoppiato i propri numeri e continua ad esprimere vitalità, come dimostra anche la crescita del numero degli associati, passati da 67 del 2025 ai 74 di oggi”, commenta Fambri.
Che sottolinea, come sebbene la volontà dell’Istituto, seguendo quella dei produttori, sia quella di investire nella crescita all’estero, investendo soprattutto in Europa, Usa, Canada e Giappone, anche se con più prudenza sul passato, e di cogliere tutte le opportunità possibili nel mondo, in questa fase di grandi tensioni a livello mondiale, avere un mercato prevalentemente italiano (85%, con l’export che si mantiene stabile al 15% del totale, e per il 54% in Europa, ndr) non sia stato, in questo scenario, un aspetto negativo. “Il mercato italiano ci ha premiato, e, inoltre, dobbiamo anche considerare che, sebbene ci siano tra i 74 produttori di Trentodoc anche medie e grandi aziende che stanno investendo all’estero, la maggior parte dei nostri produttori - ricorda Fambri - sono piccoli e piccolissimi, e preferiscono investire sull’Italia, dove, peraltro, ci sono ancora possibilità di crescita importanti, mentre andare all’estero richiede non solo risorse economiche importanti, ma anche aziende più strutturate”.
Una visione chiara di un territorio che potrebbe crescere ancora in termini produttivi, “perché molto del nostro territorio è vocato allo Chardonnay di qualità, che è la varietà più diffusa per la produzione di Trentodoc, insieme a Pinot Nero, Pinot Bianco e Meunier”, ma che ragiona in maniera graduale, “perché - conclude Fambri - non possiamo fare i passi più lunghi della gamba e non considerare i livelli di richiesta dei mercati. Ma una cosa che ci fa ben sperare e ci soddisfa, è che, secondo una recente indagine sui consumatori dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv) e Vinitaly, il Trentodoc è tra le prime 10 tipologie preferite dai consumatori stessi, compresi quelli della GenZ e dei Millennial, e questo di fa pensare di avere una buona base di consumatori per il futuro, sulla quale comunque dobbiamo investire”.
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