Se aziende agricole e stalle, sempre più spesso, producono energia, grazie ai tanti fondi arrivati dal Governo per i vari bandi agrivoltaici, più discusso è il tema dei pannelli solari montati sopra campi e vigneti. Eppure, esperienze virtuose, non mancano. Come quella (che avevamo già raccontato qui) legata ad uno dei tanti vigneti del gruppo Caviro, tra i leader della cooperazione del vino italiano. O come quella “made in Puglia” della “Vigna Agrivoltaica di Comunità”, fondata da Nicola Mele ed Emilio Roggero, un modello produttivo che unisce viticoltura ed energia rinnovabile, tra le esperienze più avanzate di cui si è parlato anche a Vinitaly 2026, a Verona (con, tra gli altri, Davide Gangi, presidente Vinoway Italia, l’enologo Antonio Scatigna e Donato Giorgio, responsabile dello sviluppo commerciale). “Il progetto - spiega l’imprenditore agricolo e responsabile dello sviluppo commerciale Donato Giorgio - rappresenta una sintesi concreta tra agricoltura ed energia rinnovabile: le pergole fotovoltaiche installate sopra i filari creano un microclima favorevole, riducono il fabbisogno idrico e proteggono le piante dagli eventi climatici estremi, contribuendo allo stesso tempo alla produzione di energia elettrica”. La “Vigna Agrivoltaica di Comunità”, il primo impianto di questo tipo in Puglia e tra i primi in Europa, si estende per 18 ettari nelle Matine, un’ampia pianura del territorio della Murgia che comprende i Comuni di Altamura, Santeramo in Colle, Laterza e Matera.
“Grazie all’ombreggiamento dei pannelli fotovoltaici, l’annata 2025 ha azzerato il consumo idrico per le irrigazioni, con un significativo risparmio d’acqua - ha sottolineato Giorgio - e la produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica consente inoltre di compensare in modo significativo le emissioni di Co₂, rafforzando il profilo di sostenibilità di questi vini”. Un risultato supportato da analisi condotte con l’Università degli Studi di Bari, che evidenziano un’impronta carbonica di circa 1,17 kg di Co₂ equivalente per bottiglia (0,5 L), calcolata secondo la norma Iso 14067:2018 e verificata nella partnership di ricerca UnibaAgritech. Il sistema agrivoltaico consente, inoltre, di generare energia rinnovabile in misura tale da evitare ogni anno emissioni di 148 tonnellate di Co₂, grazie ad una produzione superiore a 450.000 kWh per ettaro. “I vini ottenuti da uve Falanghina, Traminer Aromatico e Primitivo - per un totale di oltre 2.000 bottiglie nel 2025 - continua Giorgio - rappresentano tra i primi esempi pugliesi e italiani di vini agrivoltaici messi a disposizione del pubblico, aprendo una nuova prospettiva nel panorama enologico nazionale”.
Dal punto di vista tecnico, l’agrivoltaico introduce un cambio di paradigma anche in cantina. “Vinificare uve provenienti dalla viticoltura in agrivoltaico - spiega l’enologo Antonio Scatigna - richiede un approccio stilistico profondamente diverso. Il ritardo nella maturazione tecnologica consente di lavorare su curve di equilibrio più interessanti, preservando una maggiore integrità aromatica e una gestione più precisa delle componenti acido-zuccherine. Dal punto di vista enologico, la straordinaria sanità delle uve permette di valorizzare una freschezza genuina, che si traduce in vini più dinamici, tesi e definiti al sorso. È una nuova interpretazione dei vitigni tradizionali, che apre ad una visione contemporanea del vino, dove sostenibilità e precisione tecnica si incontrano in maniera concreta ed espressiva”. Un lavoro reso possibile anche grazie alla continua messa a punto dei protocolli enologici specifici per le uve agrivoltaiche, sviluppati e affinati in collaborazione attiva con il Crsf “Basile Caramia” di Locorotondo, centro di riferimento per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura.
Ma il tema dell’agrivoltaico, più in generale, è di stringente attualità, considerata la prolungata fase di “crisi energetica”, sia dal punto di vista dei costi, che degli approvvigionamenti, già iniziata con la guerra tra Russia e Ucraina, e acuita ora con il conflitto tra Usa e Iran. Un tema che è stato dibattuto anche in un convegno dell’Associazione Italiana Agrivoltaico Sostenibile, nei giorni scorsi a Bologna, da cui è emersa “la necessità di trasformare la transizione verso l’agrivoltaico sostenibile in un percorso partecipato per i territori, con un mutuo dialogo tra imprese, comunità e istituzioni”. Alessandra Scognamiglio, presidente Aias e coordinatrice Task Force Agrivoltaico Sostenibile di Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), tra gli altri, ha evidenziato come “la svolta nella progettazione delle infrastrutture agrivoltaiche sostenibili risieda nell’abbandonare la logica dell’impatto e della “compensazione” per approdare a progetti che siano davvero strumento trasformativi capaci di generare ricadute positive dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. Solo questo, spiega Aiss, permetterà la piena integrazione e accettazione sociale di uno strumento prezioso per la produzione energetica interna, anche alla luce della fragilità che l’Italia e l’Europa stanno dimostrando nel più recente periodo, come sottolineato nel corso del convegno da Vincenzo Colla, vicepresidente e Assessore allo Sviluppo Economico e Green Economy, Energia, Formazione Professionale, Università e Ricerca, e Relazioni Internazionali del Comune di Bologna. Questo, “in un contesto in cui la tecnologia agrivoltaica non è in contrapposizione all’agricoltura, ma ne diventa un fondamentale alleato. Proteggere le colture dai sempre più frequenti eventi climatici estremi (grandine, in primis, senza dimenticare la siccità e le piogge anomale), attraverso l’installazione di pannelli agrivoltaici, permette agli agricoltori di diversificare il proprio reddito senza rinunciare alla qualità delle produzioni agricole”. Come ha sottolineato anche Claudia Romano, dirigente Settore Energia e Transizione Ecologica delle Imprese della Regione Emilia-Romagna, in Italia appare evidente la necessità di superare criticità legislative importanti nel dialogo tra Stato e Regioni. Spesso le norme nazionali presentano, infatti, definizioni che non tengono conto delle specificità locali (ad esempio per quanto concerne l’inclusione delle aree Unesco) creando, così, problemi applicativi, che costringono le Regioni ad adottare interpretazioni iper-cautelative che rischiano di rallentare il processo di innovazione del Paese. È fondamentale una collaborazione reale e un dialogo aperto tra imprese, istituzioni e cittadinanza.
Il vero punto di “messa a terra” delle leggi nazionali e regionali è rappresentato dai comuni, enti che spesso subiscono il primo contraccolpo quando si parla di accettabilità sociale da parte dei cittadini, come raccontato da Monica Cinti, Sindaca di Monte San Pietro (Bologna) e coordinatrice Energia e Ambiente Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) Emilia-Romagna, e Benedetta Brighenti, presidente Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile (Aess) e dg Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali (Renael). Anche Mauro Sarrica, professore di Psicologia Sociale dell’Università di Padova ha sottolineato come, per vincere la diffidenza dei territori, la progettazione debba essere partecipata, considerando la comunità come stakeholder. E affinché l’agrivoltaico sostenibile trovi un definitivo spazio positivo nel dibattito pubblico, prima ancora che nelle campagne, è tuttavia importante mantenere al centro una buona progettazione, consapevole e rispettosa del paesaggio, come sottolineato da Gioia Gattamorta, presidente Istituto Nazionale di Architettura (In/Arch) Emilia-Romagna. “L’agrivoltaico sostenibile non è solo unire produzione energetica e agricola, ma un vero progetto di territorio che coinvolge le attività produttive locali, gli agricoltori, gli investitori del settore energetico, ma anche le realtà territoriali: chi ospita fisicamente gli impianti e chi ha il compito di pianificarne l’inserimento”, ha detto anche Simona De Iuliis di Enea, responsabile Supporto Tecnico Strategico, Dipartimento Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili.
Una vasta ricerca portata avanti nel corso di cinque anni e presentata da Filippo Lafleur (Land), ha dimostrato che la Pianura Padana, oggi toccata da una forte banalizzazione del suolo, conserva in sé un enorme potenziale che vale la pena esplorare: ad esempio, a Castelguglielmo (Rovigo), si sta riqualificando un impianto agrivoltaico di 24 ettari già esistente, non limitandosi a compensare i danni ambientali causati dalla produzione di energia, ma usando il progetto agrivoltaico come leva per ripristinare l’ecologia all’interno del sito stesso. L’impianto avrà aree umide per la biodiversità e aree di sosta integrate per favorire il cicloturismo locale, così da restituire spazio alla comunità. Un esempio di questa virtuosa integrazione è emerso anche nel corso della tavola rotonda, a Bologna, “Unire i puntini: qualità del progetto, paesaggio, beneficio pubblico e concertazione pubblico-privato per l’ecosistema dell’agrivoltaico”. Enrico Piraccini, head of Energy Innovation di Hera, ha illustrato come a Faenza sia in corso la realizzazione di un impianto “Energy Park” che affiancherà a 7 ettari di agrivoltaico ben 15 ettari di urban forest ad altissima densità arborea (più di 27.000 piante in alcuni lotti, progettati utilizzando il metodo giapponese Miyawaki), supportati dal rigoroso monitoraggio dell’Università di Bologna, con l’obiettivo di misurare e mappare il reale incremento di biodiversità vegetale e animale.
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