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L'espresso / Uomo

Il bello del brut ... Mezzo milione di bottiglie all’anno. Un secolo e mezzo di storia. Champagne nella leggenda. Mentre la sesta generazione va al timone, Rémi Krug fa il punto sullo stile unico della Maison... Anche i miti sottostanno alle regole.”È una regola di famiglia, e una regola aziendale: a 65 anni si stacca. E io stacco. Ora tocca a mio nipote Olivier”. Non c’è ombra di rammarico né di nostalgia nelle parole di Rémi Krug. L’appuntamento”per una chiacchierata tra amici e non per un’intervista d’addio”, è naturalmente al ristorante, al ristorante della Champagne che lui preferisce, l’Assiette Champenoise, di Arnaud Lallement. Cena principesca a tutto Krug, è ovvio, (“Domani in cantina parleremo di questioni tecniche, stasera divertiamoci”), ma soprattutto quattro-ore-quattro di racconti, aneddoti, battute, sul vino, certo, ma anche sul mondo.
D’altronde, Rémi Krug è sì il “signor Champagne”, ma è prima ancora un raffinato e sportivissimo gentiluomo, intellettuale bon vivant che con disinvoltura spazia dalla pittura all’ecologia, dall’arte rinascimentale alla musica. Con la particolarità, in più, d’essere uno smodato amante e conoscitore dell’Italia e di parlare un perfetto italiano. “Ho cominciato a venire in vacanza all’isola d’Elba da ragazzino e non ho mai smesso di visitarla. Il legame di stima e di amicizia con Piero Antinori ha poi cementato il mio amore per la Toscana”, dice Rémi. Lo guardo mentre con soddisfazione, all’aperitivo, assapora un lungo sorso di Rosé: mai diresti che questo signore, il cui nome fa parte della leggenda del bere bene, sia alle soglie della pensione e stia passando le consegne a Olivier Krug, 30 anni, figlio del fratello Henri, classe 1937, al quale a sua volta Rémi era succeduto. In realtà, cambia formalmente il ruolo aziendale, ma tutti sanno che Rémi resterà una colonna portante della squadra. “È il sesto passaggio di generazione da quando mio nonno Johann-Joseph Krug fondò la Maison nel 1843”. Torno al Rosé, champagne oggi molto trendy, e gli domando perché i Krug si siano decisi così tardi a produrlo.
“Credevamo che un rosé non avrebbe potuto esprimere nulla di più degli altri vini. Provammo, quasi di nascosto, con vendemmia del 1976 e, trascorsi i sei anni di affinamento, nell’83 ci ritrovammo con un vino eccezionale. Solo allora lo facemmo assaggiare a nostro padre che ne fu sedotto: così è nato il Rosé”. Che comunque rappresenta una quota minima, ricercatissima, del mezzo milione di bottiglie che ogni anno Krug mette sul mercato, il due per mille della produzione totale di champagne. Mai tentati di aumentarne il numero, neanche dopo l’acquisizione nel l999 della Maison da parte di Arnault, cioè di LVMH? “A parte il fatto che la gestione e ogni scelta aziendale ci appartengono in toto, non riesco a immaginare la nostra filosofia della qualità in una dimensione superiore, anche se la spinta del mercato è forte”. In effetti lo “stile Krug” (così lo definisce Rémi: stile, non metodo “perché qui non c’è niente di codificato, il vino non può ridursi a un fatto tecnico-ingegneristico”), è il risultato di un lavoro di altissimo artigianato fondato su quattro fattori: un know how messo a punto in oltre un secolo e mezzo, la sublimazione dell’arte dell’assemblaggio, il patrimonio e la funzione dei “vini di riserva”, l’invecchiamento. “Per creare la nostra tavolozza di sapori, selezioniamo le uve non da grandi vigneti, ma da un mosaico di piccole vigne scelte, curate da viticultori legati a noi da generazioni”, dice Rémi.
Tutti i vini-base sono fatti fermentare in fusti di rovere di almeno tre anni, il che rallenta l’evoluzione e aumenta la capacità di conservazione. Momento clou è l’assemblaggio delle basi, non solo provenienti da diversi vigneti ma anche di differenti annate. “Avviene una volta all’anno, compete a una ristretta squadra di “nasi”, l’ultima parola spetta al leader pro tempore della famiglia”, sottolinea Rémi: “Non c’è una formula, perché non esistono vendemmie uguali. Lo stile Krug deve essere ricreato ogni anno, a partire dal sapore della memoria. E un ruolo determinante nella ricerca della costanza stilistica è giocato dai “vini di riserva” della Maison”. I vini di riserva sono una selezione dei migliori vini delle annate precedenti, vecchi anche di dieci anni, accuratamente conservati: materia prima preziosissima per uno champagne nella cui cuvée, l’assemblaggio, entra ogni anno un’alta percentuale di “vini di riserva”, talvolta quasi il 50 per cento. Imbottigliato il vino, i giochi sono fatti. Ma prima di sei anni non sarà uno champagne Krug, che nasce in barrique e invecchia in bottiglia. Quanto invecchia? Non recano annata sull’etichetta la Grande Cuvée, “il” Krug per definizione, e il Rosé. Il Vintage viceversa è millesimato, è cioè l’interpretazione di un’annata straordinaria. Le ultime partite delle bottiglie dei Vintage non vengono commercializzate ma sottoposte a ulteriore invecchiamento, per dare vita a tirature limitate, presentate con l’etichetta Collection. Unica eccezione all’assemblaggio in casa Krug è il leggendario Clos du Mesnil: nelle annate in cui vede la luce è prodotto non solo con uve da un solo vitigno, lo chardonnay, e di un’unica annata, ma anche da un vigneto storico, un “clos” racchiuso entro un muro di cinta del 1698. E su un sorso di Clos du Mesnil ‘95 - oro pallido, sentore di fiori bianchi, gusto che evoca fiori d’arancia, frutti gialli e miele - ci salutiamo: la nostra cultura s’è arricchita degli assaggi di 11 bottiglie. Soltanto Krug, è chiaro.

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