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L'espresso

Speciale vino - Vendemmia show: 15 mila bottiglie degustate. 2.000 cantine testate. La nuova Guida del L’Espresso giudica il panorama italiano del bere bene ... “Fino agli anni Ottanta l’Italia ha vissuto un medioevo enologico: eravamo pieni di risorse, ma non le sapevano sfruttare. Producevano vini unici, ma pieni di difetti”. Parola di Fabio Rizzari, curatore con Ernesto Gentili dell’edizione 2005 della Guida dell’Espresso “Vini d’Italia”, diretta da Enzo Vizzari, appena presentata con la collaborazione di Pitti Immagine nella splendida stazione Leopolda di Firenze. Testate 15 mila bottiglie e 1916 cantine, Rizzari e Gentili si sono fatti un’idea precisa della tendenza in atto. “Una ventina d’anni fa c’è stato un Rinascimento: i grandi produttori hanno capito che, per vendere all’estero, dovevano orientarsi verso sapori più facili e si sono affidati a un manipolo di super-enologi, in certi casi diventandone dipendenti”. Secondo Rizzari un gruppetto di designer dei sapori ha in questi anni rivoluzionato il mercato. “Una fase utile per passare dal vecchio al nuovo mondo”, teorizza, “che però oggi mostra dei limiti. Paradossalmente, il vino italiano di qualità è entrato in una crisi di identità proprio ora che il suo standard è aumentato”.

Come mai?

“L’enologo, per quanto bravo, applica sempre la stessa ricetta. E molti esperti prestano servizi di consulenza a decine di cantine diverse, in tutte le regioni d’Italia. Il risultato è un appiattimento generale dello stile”.

Particolarmente dannoso da noi?

“Si. La nostra forza sta nelle centinaia di vitigni autoctoni, di cui solo pochi fino a oggi sono stati sfruttati appieno. Alcuni sono già famosi. Altri lo diventeranno. Queste uve particolari, legate al territorio, spesso danno sapori autentici, non standardizzati. Ed è quello che noi dobbiamo difendere: un vino dovrebbe sempre avere una sua identità. Se continuiamo a uniformare i sapori, nel lungo termine diventeremo per forza perdenti. Non è sul prezzo che possiamo sperare di competere. Nel rapporto tra qualità e costi ci sono paesi imbattibili. Il caso più clamoroso è quello dell’Australia. Lì tutta la produzione è in mano a quattro grandi gruppi che riescono a ottenere bottiglie di ottimo livello anche a cinque o sei euro finali”.

Perché in Italia non si trova nulla di simile?

“Se ne trovano. Però spesso un nostro produttore che ottiene un premio facendo un buon vino da 15 euro, l’anno dopo aumenta il listino anche del 50 per cento. Ormai i buoni vini toscani costano di media tra i 90 e i 100 euro. Una bottiglia di Angelo Gaja arriva tranquillamente a 150”.

I produttori hanno sparato cifre troppo alte …

“Si, e no. Il problema è complesso. Gli esperti di mercato dicono che ci sono margini per un ulteriore crescita dei listini. Una cassa di Chateau Lafite, che oggi può costare 3 mila euro, potrà triplicare in dieci anni. Quello che i consumatori più sofisticati cominciano a rifiutare è di strappare sapori banali. Ecco perché dobbiamo puntare sempre più sulle nostre peculiarità”.

Gli enologi sono sul banco degli imputati. Qual’è oggi il loro campione?

“Il più noto è Riccardo Cotarella, di grande bravura. Negtli anni ottanta, quando era sconosciuto, collaborò con Silvia Imparato a disegnare un nuovo vino da produrre nella tenuta di Montevetrano, vicino a Salendo. Ebbe l’intuizione e la temerarietà di inviarlo a guru mondiale Robert Parker. Pare che Parker abbia fermato la stampa della sua newsletter per raccontare “il miglior vino del Sud d’Italia”. Da quel momento tutti i vini targati Cotarella hanno registrato impennate di prezzi”.

Tornando ai vitigni, su quali scommettere?

“Premesso che il vitigno non è un fine ma un mezzo per esprimere le peculiarità del territorio, tra i bianchi sicuramente il verdicchio delle Marche, una regione in cui io e Gentili crediamo molto. Poi abbiamo il soave in veneto. Per non parlare del tocai in Friuli., tra i rossi, il Nebbiolo coltivato nelle Langhe non ha pari. Poi: l’Aglianico che viene dalla Campania e dalla Basilicata, e dalla Sicilia il nero d’Avola e il Nerello mascalese”.


Giù la Francia su la Spagna

Una vera rivoluzione: è quella prevista da Robert M. Parker, il più famoso furu del mondo del vino. Su “The Wine Advocate” ha indicato dieci avvenimenti che cambieranno radicalmente lo scenario nei prossimi dieci anni. Eccoli.

1 - L’utilizzo dei siti specializzati diventerà di uso comune. Diffondendo in maniera più democratica ogni genere di informazione.

2 - Scoppieranno vere e proprie guerre per aggiudicarsi i vini migliori. Grazie alla pressione dei nuovi mercati come l’Asia, il su America e l’Europa centrale e dell’est una cassa di grande Bordeaux, che oggi costa 4 mila dollari, toccherà i 10 mila.

3 - La Francia avrà un ridimensionamento. La globalizzazione del vino avrà conseguenze disastrose per questo paese. Il cinque per cento dei produttori continuerà a mettere sul mercato vini top, ma molti falliranno.

4 - I tappi spariranno. Entro il 2015 la maggioranza delle bottiglie non avrà più i tappi di sughero, ma tappi a vite.

5 - La Spagna sarà la nuova star dell’industria. Entro il 2015 le regioni più quotate saranno Torno, Jumila e Priorat.

6 - Esploderà il Malbec. Tra dieci anni la grandezza dei vini argentini prodotti con uva Malbec sarà riconosciuta da tutti.

7 - La Costa Centrale della California governerà l’America. La regione di Santa Barbara soppianterà la Napa Valley.

8 - Il centro-sud Italia aumenterà di prestigio. Umbria, Basilicata, Sardegna e Sicilia diventeranno sempre più famose.

9 - Ci sarà un numero sempre maggior di buoni vini e buon prezzo. Soprattutto di produzione europea e australiana.

10 - La parola d’ordine sarà diversità. Avremo vini di qualità dai paesi più inaspettati come Bulgaria, Romania, Russia, Messico, Cina, Giappone, Turchia, Libano. E forse perfino dall’India.

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