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L'espresso

… Eldorado Cina … Tutti pazzi per LafiteRothschild, “il” vino per eccellenza nel vissuto e nell’immaginario dei cinesi. E chi non riesce ad accaparrarsene una bottiglia s’accontenta del “piccolo Lafite”, il Carruades de Lafite, secondo vino del celebre Chateau bordolese, il cui prezzo è aumentato di dieci volte negli ultimi cinque anni. Il caso Lafite - e chissà poi perché Lafite e non, per esempio Latour, Margaux o Mouton? - è oggetto di studio da parte degli osservatori del mercato dei beni di consumo in Cina, emblematico come appare della smoderata voglia di lusso che i cinesi più abbienti dimostrano. Ma aiuta anche a comprendere quale direzione e consistenza stia prendendo il mercato del vino in Cina: Eldorado secondo alcuni, bolla destinata a gonfiarsi enormemente nel breve-medio periodo per poi sgonfiarsi repentinamente con danni seri per chi ci avrà scommesso. Gli spazi per la crescita dell’export verso la Cina ci sono e anche molto ampi: il consumo di vino annuo pro capite dei cinesi è ancora sotto il litro l’anno, contro i 4,5 litri della media mondiale. I bevitori di vino sono oggi stimati in una decina di milioni, mentre il mercato potenziale si aggirerebbe almeno sui cento milioni, con un consumo previsto per i12011-2012 vicino al miliardo di litri, per un valore di poco meno di 400 milioni di euro. Bevono poco per ora e bevono vini poco costosi i cinesi, quelli di produzione nazionale costano al massimo 2 euro a bottiglia, il costo medio di quelli importati è inferiore ai 10 euro, ma la moda sta diffondendosi rapidamente e non solo fra i giovani: si beve al ristorante, al bar, nelle discoteche, nei night-club. E, soprattutto, il vino è assurto a status symbol e le etichette occidentali più prestigiose, con i Grand Cru Bordolesi in prima fila, sono al centro del “business drinking”, aprono le porte degli alti burocrati, facilitano i rapporti d’affari e sociali. Del tutto irrilevante che le bottiglie eccellenti siano effettivamente bevute e apprezzate: ciò che conta è regalarle o riceverle, come una borsa di Vuitton o un Rolex. Tanto che nell’ultimo anno gli acquisti dei Premier Cru di Bordeaux da parte dei buyer cinesi hanno superato quelli, molto consistenti, di Hong Kong, Taiwan e Giappone. Questo spiega anche le quotazioni irrazionali toccate dai prezzi “en primeur” dei Bordeaux 2009 che ancora riposano nelle cantine. Una manna per i bordolesi, in grave crisi da qualche anno per le eccedenze produttive di fronte alla caduta della domanda, ma anche un benefico traino sia per i vini prodotti in Cina sia per gli altri d’importazione. E l’Italia? Con poche eccezioni i nostri produttori si sono seduti con un certo ritardo al tavolo del banchetto, se è vero che la Cina è solo al 16 posto nella classifica dei mercati del vino italiano. Timidi e non felici tentativi, una decina d’anni fa, di Sella & Mosca e di Cavit. Poi, nel 2005, la grande operazione del Gruppo Ilva, con l’acquisizione del 33 per cento della Changyu, il primo produttore cinese, che con Great Wall e Dinasty copre oltre il 60 per cento della produzione nazionale. Negli ultimi anni alcuni marchi nostrani si sono affidati, con risultati più o meno soddisfacenti, ai maggiori distributori del Paese, snodo essenziale per affrontare con qualche speranza di successo un mercato tanto vasto: Antinori, Allegrini e Livio Felluga a Summergate, Gaja, Masi e Ruffino a ASC Fine Wines, Zignago-Santa Margherita ad Aussino, che peraltro opera secondo un modello innovativo incentrato su shop di proprietà con oltre 100 “cellars” di degustazione. Resta il fatto che, nonostante il forte incremento dell’ultimo anno (15 milioni di euro nei primi sette mesi del 2010, rispetto ai 16 milioni di tutto il 2009), l’Italia rimane al 4 posto per valore esportato, preceduta non solo dalla Francia, di gran lunga leader, ma anche da Australia e Cile. Insomma, avanti c’è posto, se non si dorme.

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