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MONDO COOPERATIVO

La cooperazione, una storia di aggregazione tra degustazioni e talk show: ecco ViVite

A Milano, il 17 e 18 novembre, il festival del vino cooperativo. Santandrea: “ancora tanto da fare sui mercati esteri”

Il sistema del vino cooperativo conta più di 480 cooperative, che generano un fatturato complessivo di 4,5 miliardi di euro, danno lavoro a 9.000 dipendenti e rappresentano una base sociale di 140.000 soci. Inoltre, il fatturato delle 20 cooperative top all’estero ammonta a 1,3 miliardi di euro, pari al 22% del totale Italia, in crescita del +44% solo negli ultimi 5 anni. E se delle prime 15 realtà vitivinicole italiane, per fatturati, 8 sono cooperative, a livello europeo le prime due sono, non a caso, Cantine Riunite & Civ (594 milioni di euro di fatturato nel 2017) e Gruppo Caviro (304 milioni di euro di fatturati). È la fotografia, scattata da Nomisma-Wine Monitor, del vino cooperativo, che si prepara a ViVite n. 2 - Festival del vino cooperativo, organizzato dall’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, nella cornice del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano, il 17 e 18 novembre, presentata oggi nella città meneghina. “Un format in cui grandi e piccole realtà godranno della stessa dignità - come racconta, a WineNews, Ruenza Santandrea, coordinatrice del Settore Vino dell’Alleanza Cooperative - con dentro tanti momenti diversi, dalle degustazioni guidate da esperti (come i giornalisti Daniele Cernilli e Gianni Fabrizio, ndr) ai talk show “Pane e Salame”, incentrati soprattutto sulla sostenibilità, dove saranno presenti, al fianco del mondo cooperativo, esperti del settore ad alti livelli (dal presidente degli enologi italiani Riccardo Cotarella al professore di viticoltura dell’Università di Milano, Attilio Scienza, ndr) e produttori di ogni tipo. E poi la cooperazione a tutto tondo, con realtà che abbiamo chiamato “buone davvero”, come San Patrignano e Libera Terra, e le storie di successo delle grandi cooperative, tipo Mezzacorona, che esporta l’85% della produzione e fa grandi vini: grandissimi e piccolissimi insieme, ad assaggiare e parlare di vino, tra momenti ludici e culturali”. Con la presenza, secondo rumors, degli alti rappresentanti del Governo, dal Primo Ministro Giuseppe Conte al Ministro del Lavoro Luigi Di Maio.

Mondo della politica a cui Ruenza Santandrea non ha molto da chiedere, se non una stretta sulla “promozione estera, dove c’è ancora tanto da fare. Dobbiamo renderci conto di quanto siamo piccoli visti, ad esempio, dalla Cina, dove a mala pena distinguono i marchi della moda, spesso confusi con quelli francesi, figuriamoci le piccole denominazioni o i singoli produttori. In questo senso, anche in termini politici, c’è bisogno di lavorare molto da parte dell’Ice, quando si va all’estero dobbiamo essere prima di tutto Italia, poi avere i nostri marchi. Chi non usa la bandiera italiana - dice la coordinatrice del settore vino delle cooperative agroalimentari - non deve poter accedere ai fondi per la promozione. Ognuno pensa che sia importante solo il proprio marchio, ma se non si parte dal concetto di Italia non saremo mai competitivi con la Francia”. E, avverte Denis Pantini, direttore Area Agroalimentare Nomisma e responsabile Wine Monitor, “si rischia di perdere il confronto anche con altri competitor, come Nuova Zelanda e Cile, le cui spedizioni enoiche sono cresciute, tra il 2012 ed il 2017, rispettivamente del +38,1% e del +27,8%. L’Italia, con il +27,4%, ha messo a segno la terza migliore performance, ma ha due punti deboli strutturali: la superficie media dell’azienda vinicola, di circa 2 ettari, contro i 13 del Cile, i 19 della Nuova Zelanda, i 25 dell’Australia o i 27 degli Usa, ma anche gli 11 della Francia; l’enorme frammentazione produttiva, per cui le 3 aziende più grandi rappresentano l’8% del mercato, mentre in Nuova Zelanda l’80%, in Cile il 41%, in Francia il 20% ed in Spagna il 12%”.

In questo senso, la capacità aggregativa, intrinseca nella cooperazione, può essere la risposta giusta ad un mercato che, come ricorda ancora Ruenza Santandrea, “ci chiede di fare squadra. Io non credo molto nel piccolissimo è bello, perché al di là delle eccezioni, per affrontare i mercati internazionali bisogna avere almeno una struttura adeguata, o quantomeno imparare ad aggregarsi. A mio parere la qualità del vino italiano è altissima, se fossimo capaci di non dividerci non ce ne sarebbe per nessuno”. Qualità che sarà al centro di ViVite, perché “se nel tempo siamo stati tacciati spesso, a ragione, di non fare alta qualità, oggi non è più così, grazie a nuove professionalità e capacità di gestire superfici enormi e frammentate, con agronomi capaci di seguire le vigne di centinaia di soci ed enologi in grado di gestire le uve che arrivano in tempi spesso molto diversi”, aggiunge ancora la Santandrea.

Allargando l’analisi, il ruolo della cooperazione vitivinicola non è solo economico, ma anche sociale ed ambientale: negli anni della crisi le cooperative hanno garantito livelli adeguati di remunerazione ai soci, ma anche livelli occupazionali sopra la media, e nelle Regioni in cui la cooperazione è più forte, come Emilia Romana, Veneto e Trentino Alto Adige, le superfici vitate sono cresciute, mentre dove è debole o persino assente, si sono perse quote importanti di superfici vitate: in Basilicata addirittura il -59,7%tra il 2012 ed il 2017, in Calabria il -21,2% ed in Umbria il -30,5%. Oggi la sfida è quella della sostenibilità, alla base di ViVite, con un talk show il 17 novembre, che “siamo pronti a raccogliere, nel senso più profondo della definizione, ossia garantendo uno sviluppo che non metta a repentaglio quello delle future generazioni. Le cooperative sono pronte a fare la loro parte, esattamente come nel biologico, in cui siamo spesso in prima fila, specie dove le dinamiche climatiche ce lo consentono”, aggiunge ancora Ruenza Santandrea. Discorso che si può estendere anche alla tutela dei vitigni autoctoni, “anche perché non è facile decidere cosa fare impiantare a soci tanto piccoli, che hanno sempre piantato i vitigni tradizionali. I nostri 550 vitigni sono unici, all’inizio è stato difficile comunicare così tante differenze, ed ancora lo è, ma poi piano piano la distintività ci sta iniziando a premiare”.

E non è detto che non sia proprio la distintività l’arma per rispondere ai successi dei francesi, che sul mercato Usa, ad esempio, “hanno avuto la capacità di occupare una nicchia promettente come quella dei rosati, con una forza commerciale unica. Noi scontiamo ancora un gap, siamo arrivati dopo, però la frenata del nostro export in Usa credo sia momentanea, e d’altro canto quando parlo con i colleghi della cooperazione francese, per loro siamo noi il problema, perché al boom del Prosecco è coinciso un calo importante dei consumi dello Champagne”, conclude la coordinatrice dell’Alleanza Cooperative - Settore Vino.

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