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BILANCIO

La guerra in Ucraina costa alla filiera agricola italiana almeno 8 miliardi di euro

Da energia a materie prime, il conto salato presentato da Coldiretti al Ministro per le Politiche Agricole Stefano Patuanelli
AGRICOLTURA, Coldiretti, COSTI, CRISI ENERGETICA, ETTORE PRANDINI, Guerra, INFLAZIONE, MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE, STEFANO PATUANELLI, Non Solo Vino
Gli effetti della guerra sull’agricoltura

Con lo scoppio della guerra in Ucraina e la crisi energetica, sono aumentati mediamente di almeno il 30% i costi di produzione dell’agricoltura, per un esborso aggiuntivo di almeno 8 miliardi su base annua sull’anno precedente, che ha messo a rischio il futuro delle coltivazioni, degli allevamenti, dell’industria di trasformazione nazionale ma anche gli approvvigionamenti alimentari di 5 milioni di italiani, che si trovano in una situazione di indigenza economica. Così il presidente Coldiretti Ettore Prandini, presentando il documento elaborato per fronteggiare l’emergenza economica ed occupazionale determinata dallo scoppio del conflitto nell’incontro con il Ministro per le Politiche Agricole, Stefano Patuanelli.

“Il conflitto - denuncia Prandini - ha provocato un ulteriore balzo dei fattori della produzione per i rincari energetici, il blocco dei trasporti, il fermo delle attività produttive ma anche i comportamenti protezionistici e speculativi di Paesi ed operatori, dai mangimi ai fertilizzanti, fino all’energia, per non parlare degli imballaggi, dalla plastica per i vasetti dei fiori all’acciaio per i barattoli, dal vetro per i vasetti fino al legno per i pallet da trasporti e alla carta per le etichette dei prodotti che incidono su diverse filiere, dalle confezioni di latte, alle bottiglie per vino, olio, succhi e passate, alle retine per gli agrumi ai barattoli smaltati per i legumi”.

I costi di produzione, già saliti oltre le soglie di guardia, sono aumentati ulteriormente raggiungendo - precisa la Coldiretti - per alcuni prodotti valori che vanno dal +170% dei concimi al +80% dell’energia e al +50% dei mangimi, secondo l’analisi della Coldiretti, che evidenzia come l’Italia sia deficitaria su molti fronti per quando riguarda il cibo: produce appena il 36% del grano tenero che le serve, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale e i salumi, il 49% della carne di capra e pecora mentre per latte e formaggi si arriva all’84% di auto approvvigionamento.

L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori, che sono stati costretti a ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni, durante i quali è scomparso anche un campo di grano su cinque, con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati perché, secondo la Coldiretti, la politica ha lasciato campo libero a quelle industrie che per miopia hanno preferito continuare ad acquistare per anni in modo speculativo sul mercato mondiale - approfittando dei bassi prezzi degli ultimi decenni - anziché garantirsi gli approvvigionamenti con prodotto nazionale attraverso i contratti di filiera sostenuti dalla Coldiretti.

“La pandemia prima e la guerra poi hanno dimostrato che la globalizzazione spinta ha fallito e servono rimedi immediati e un rilancio degli strumenti europei e nazionali che assicurino la sovranità alimentare come cardine strategico per la sicurezza”, riprende Prandini. “Servono interventi urgenti e scelte strutturali per rendere l’Europa e l’Italia autosufficienti dal punto di vista degli approvvigionamenti di cibo”. La stessa Politica Agricola Comune (Pac) e il Pnrr oggi sembrano già inadeguati a rispondere alle esigenze del tempo nuovo che stiamo vivendo e vanno modificati eliminando ad esempio l’obiettivo del 10% di terreni incolti previsto nella strategia biodiversità.

“Per questo bisogna agire subito - continua Prandini - facendo di tutto per non far chiudere le aziende agricole e gli allevamenti sopravvissuti, con lo sblocco di 1,2 miliardi per i contratti di filiera già stanziati nel Pnrr, ma anche incentivando le operazioni di ristrutturazione e rinegoziazione del debito delle imprese agricole a 25 anni attraverso l’Ismea, riducendo le percentuali Iva per sostenere i consumi alimentari, prevedendo nuovi sostegni urgenti per le filiere più in crisi a causa del conflitto e del caro energia, e fermando le speculazioni sui prezzi pagati degli agricoltori con un efficace applicazione del decreto sulle pratiche sleali. E poi investire - conclude Prandini - per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità, contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica e le Nbt a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti climatici”.

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