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La Madia

Assaggi per procura - Detesto chi parla, agisce o pensa per me. Figurarsi poi se uno, addirittura, beve al posto mio.
Quando ero piccola mio padre aveva il gusto sadico o la discutibile ironia di promettermi che, se fossi stata buona, mi avrebbe portato in piazza a vedere i figli dei ricchi mangiare il gelato. Il senso fastidioso di esclusione dalla “mensa del signore” mi torna (di rado) davanti alle vetrine per me inaccessibili (in senso lato, anche di natura metaforica) e si ricollega ad un vecchio modo di dire capace di rendere bene l’idea di quell’abisso che separa un atto virtuale da un atto reale: la stessa differenza, appunto, che c’è tra mangiare e stare a guardare. Ma quello che ai nostri calvinisti genitori poteva sembrare paradossalmente ovvio, oggi forse non lo è più. Il vedere ormai è per molti un surrogato abbastanza soddisfacente del fare. Così capita di assistere in televisione alla sceneggiata degli assaggi di vino per interposta persona. Lo spettacolino si può seguire nella rubrica enogastronomica del TG5 denominata “Gusto”. C’è un sommelier che con aria ispirata degusta un vino e ce lo descrive, sprecando elogi e paroloni. Ma noi quel vino lì non ce l’abbiamo davanti, e non possiamo partecipare in alcun modo all’evento. Non sappiamo neppure se il personaggio sullo schermo beve davvero o fa finta, se nel bicchiere ha del vino o dell’acqua colorata, se è proprio un sommelier o è solo un attore che recita una parte Anche il valore didattico della cosa è praticamente nullo. Si parla di una certa denominazione d’origine, e il vino degustato dovrebbe esserne rappresentativo. Ma secondo quali criteri? E’ lì perché rappresenta la medietà o perché rappresenta il vertice? E se ha sentori di biancospino, dobbiamo dedurne che è un tratto caratteristico di quella certa DOC? Quanti , a casa, semplicemente orecchiando la terminologia di una superficiale degustazione e senza possedere i necessari rudimenti di conoscenza, si possono improvvisare co-degustatori? Nulla ci viene spiegato, e assistiamo attoniti all’inutilissima esibizione. Inutile per gli intenditori, pericolosa per i neofiti che credono di imparare dal riassunto del Bignami, ma addirittura dannosa per gli inesperti, il cui inevitabile senso di esclusione si può solo rafforzare in un senso di assoluta estraneità. Ecco dunque un esempio, in fondo marginale, di cosa viene costruito oggi intorno al vino: il fumo di trasmissioni e di nuovi giornali che cavalcano spesso malamente la tigre della moda, il fumo di una informazione fasulla, di prezzi che poco hanno a che vedere con la qualità dei prodotti, il fumo della confusione…
In nome del mercato e degli interessi del momento, il vino diventa un prodotto assimilabile ai sederi e alle tette delle letterine, ai mille quiz, alle chiacchere dei talk show pomeridiani, ai discorsi dei ragazzi della casa del Grande Fratello.
A scimmiottare con ironia necessaria la prosopopea degli eno-professoroni è oggi solo la satira esilarante e surreale di Antonio Albanese che, “travestito” da sommelier, impugna un calice, lo osserva rapito, lo allontana, lo avvicina, lo gira, lo annusa in un rito infinito per poi concludere, dopo un promettente silenzio, con sentenze tipo: “E’ rosso”, oppure: “E’ poco”, oppure ancora: “E’ finito”…
Per fortuna c’è sempre qualcuno che ci ricorda di non prenderci mai troppo sul serio e ci insegna soavemente che si mitizza solo ciò che non si conosce veramente.

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