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La Nazione / Il Giorno / Il Resto Del Carlino

Vino e storia - Torna sulle tavole il Pinot di Napoleone ... Ecco qua il Pinot nero di Napoleone Bonaparte diventato italiano dopo un’eccezionale opera di archeologia enologica, che ha permesso il reimpianto del clone originale ... La storia dunque. La Francia Napoleonica organizza (1805) il Regno Italico con capitale a Milano, con Vicerè nella persona del figlio adottivo di Bonaparte, Eugene Beauharnais de la Pagerie. Il patrimonio di Stato a garanzia del prestito pubblico è costituito dai beni immobili espropiati alla Chiesa Cattolica: il nerbo di questi è costituito, nei dipartimenti delle Marche, da fondi rustici, dove vengono innestati Pinot nero, Sauvignon, Chardonnais. Tra questi c’è anche lo splendido promontorio del S. Bartolo, dove il clone di Pinot nero è stato salvato e recuperato dopo 200 anni di oblio. Il Viceré Eugenio, che si era splendidamente addobbato una sua casa di delizie proprio in quella che oggi è conosciuta come Villa Giulia, aveva previsto il tracollo napoleonico e prudentemente aveva intestato i beni di Stato a sua moglie: la quale era una Wittelsbach, figlia dela re di Baviera. E non era proprio il caso, nemmeno per la Chiesa, di importunare i tedeschi con richieste di restituzione. Per questo motivo, protetti da amministrazione tedesca, i vitigni francesi si sono trasmessi a lungo nelle campagne pesaresi. La Casa di Leuthemberg (Eugene aveva preso questo nome dalla moglie) vendette poi alla spicciolata i beni fino alla fine dell’Ottocento: uno degli ultimi vigneti sopravviveva al Castello Imperiale fino a due decenni orsono. Nella fattoria Mancini di Pesaro invece il Pinot Nero è stato allevato fino ai giorni nostri giorni, essendo stato trovato in un terreno acquisito nella seconda metà dell’Ottocento del Sovrano Militare Ordine di Malta, già passato per mani francesi. La cattedra di viticoltura di Milano, a conclusione dello studio comparato con tutti i cloni attuali, ha registrato tra le varietà nazionali il nome Pinot Nero Pesaro, con somma soddisfazione di re Luigi Veronelli: “I vitigni autoctoni sono la risposta all’omologazione dei grandi vitigni internazionali. Sono il nostro futuro”.

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