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La Nazione

Sos dagli esperti. Marketing e prezzi per rilanciare il vino ... Spiazzati, di brutto. E se la musica non cambia saranno veramente
dolori. Il mondo del vino italiano è in sofferenza e quello della Toscana, per le sue caratteristiche che sono anche il suo vanto, forse ancora di più. Abbiamo reimpiantato vigne su vigne. Bene, era necessario e urgente. All'80 per cento ci abbiamo messo ceppi a bacca rossa, con in testa il nostro superbo autoctono, il sangiovese (40mila ettari, contro i 5mila di
trebbiano, i 400 di vermentino, i 600 di chardonnay), come era logico. Peccato che adesso il mercato internazionale, ma per parte non marginale anche quello domestico, chieda vini bianchi, più, pare e si spera, per una questione
di prezzo - i bianchi, si sa, sono in genere molto meno cari dei rossi - che per una vera e propria scelta di gusto. Ma è pur sempre vero - ed è emblematico - che il vino italiano che oggi sta spopolando negli Stati Uniti sia diventato il pinot grigio, appunto un vino bianco. E ancora. In Toscana i viticoltori hanno puntato quasi tutte le loro carte sulla qualità, pensando
così di competere meglio sulle piazze internazionali e di spuntare un maggiore
valore aggiunto. Così la regione è tutta un trionfo di Doc e di Docg. Peccato che nella piramide attuale del vino reggano al vertice i grandi rossi di supernicchia e alla base trionfino gli "umili" vini da tavola e
gli Igt, mentre proprio le denominazioni, la "terra di mezzo" della piramide, stiano vivendo una ormai troppo lunga stagione di sofferenza, causa soprattutto i prezzi poco accessibili. Di conseguenza solo chi ha investito nell'intera piramide - e in Toscana sono in molti ad avere avuto tale preveggenza - vive tranquillo e presenta bilanci positivi. E' questo lo stato dell'arte del vino toscano e italiano. A disegnarlo non sono "guru" improvvisati e magari interessati, ma quattro fra i più credibili
"scienziati" e studiosi di questo mondo - i professori Gaeta, Pomarici, Calò e Sorbini - invitati a un "gran consulto", necessario quanto mai e di sicuro prezioso, da Franco Scaramuzzi, in nome e per conto dell'Accademia dei Georgofili. E dicono subito i quattro, pur con accentuazioni diverse, che la crisi stavolta è strutturale e non congiunturale e che le cantine,
nelle quali ci sono oggi giacenze per 39 milioni di ettolitri, restano strapiene. Che non si tratta di solo avere pazienza perché tanto torneranno i giorni d'oro. Che se non si corre subito ai ripari sarà molto dura difendere le
posizioni, che la Toscana dei vini si è saputa conquistare, dagli attacchi del nuovo spauracchio, l'Australia, ma soprattutto dei "cugini" della Spagna e del Portogallo, i nuovi veri competitori, insieme a quello di sempre, la Francia, sui mercati più evoluti e di sicuro e comprovato interesse, come ad esempio quello tedesco dove la nostra Regione perde ancora qualche punto percentuale nel volume di vendite (meno 4 per cento) pur aumentando
di poco (più 0,6 per cento) il controvalore. Il tutto condito dal fatto che negli ultimi anni il consumo di vino è diminuito a livello mondiale
del 5 per cento, dell'8 nell'Europa a 15 e del 21 per cento nel nostro Paese, senza che si intravedano segni di inversione di tendenza. Che fare allora? I superesperti dicono: marketing, marketing e ancora marketing associato
alla valorizzazione del terroir, a una serie analisi dei modelli di consumo e a un'attenzione spasmodica ai prezzi. Ma non mancano anche indicazioni-shock, specialmente per le denominazioni. Dice il professor Gaeta: "I vincoli imposti dall'attuale normativa delle Doc rischiano di essere più un problema che
un'opportunità. Occorre forse ripensare a un nuovo modello di marchio collettivo
che abbini i vantaggi della flessibilità produttiva con gli ingredienti
della valorizzazione del territorio".

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