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La Nazione

Un successo di vino ... È toscano di Lucca, ha appena 27 anni ma già un curriculum denso di stelle e una carriera costellata di premi. L’ultimo, il successo al recente campionato italiano dei sommelier, quello dell’Ais, la più forte e antica associazione della categoria: in finale ha messo in fila altri due toscani. Gabriele Del Carlo è il miglior sommelier d’Italia, però lavora all’estero: al ristorante “Le Cinq” del “Four Seasons Georges V Hote” di Parigi. Dove è arrivato passando dall’‘Enoteca Pinchiorri’ e da altre importanti esperienze.

Come ci si riesce, Del Carlo?

“Passione e sacrifici, lavoro nei giorni di festa, e sacrifici triplicati quando ci sono i concorsi: tanto studio, sette mesi senza staccare, senza uscire di casa, sessioni di studio anche di undici ore”.

Ci sarà anche del talento...

“Credo di sì, insieme a tanta curiosità. Appena messo piede in una sala ho capito che le bottiglie mi chiamavano, appena messo il naso in un bicchiere ho provato forti emozioni, ho subito sognato...”.

Pensa di avere ancora da imparare?

“Ma sì, è un mondo talmente vasto... Non basta sapere tutto del vino, devi conoscere anche le acque, i caffè, i tè, i distillati, i sigari, e la cucina, le preparazioni degli chef. Ora mi prendo 5-6 mesi di pausa, poi mi butterò sotto con i formaggi e i salumi, e studierò di più le cucine italiana e francese”.

Al “Georges V” come ci è arrivato?

“Eh, avevo aspettative diverse, non parlavo francese, pensavo a un ambiente ostile, invece mi sono trovato in una brigata di 8 sommelier che mi hanno addirittura pagato un corso di francese con un’ insegnante privata, in orario di lavoro. E’ la base di questo successo, il “Georges V”: ho avuto tempo, ci siamo organizzati per permettermi di prepararmi”.

Difficile lavorare in Francia per un italiano?

“Sono prevenuti, è vero. Ma non è il mio caso, a me è andato tutto bene, ad altri meno...”.

Le sue terre del vino preferite?

“La Francia ha un piccolo vantaggio, poi i grandi vini italiani, il Brunello di Soldera, dallo stile tradizionale. Il Baro- lo e il Barbaresco di Giacosa o Conterno”.

Mondi nuovi che l’attirano?

“La Nuova Zalanda, con grandissimi pinot neri, non solo i soliti Sauvignon blanc, grande finezza ed eleganza. E l’Oregon, con i vini di Willamette Valley, ancora grandissimi Pinort Neri”.

Non sarà solo una gran moda, il Pinot nero?

“No. E’ è stata una moda il Cabernet, il Merlot. Il Pinot Nero non ha vie di mezzo, è buono oppure no, come il Sangiovese o il Nebbiolo, uve fragili e difficili, tanto legate al territorio”.

A casa che cosa stappa?

“Bollicine. Sono un fan degli Champagne anche più piccoli e sconosciuti. Tra gli italiani, Franciacorta o Trentino doc, tipo il Giulio Ferrari, l’Annamaria Clementi”.

Qualche consiglio per bere senza bisogno del mutuo?

“Un Chianti come la riserva del Duca di San Felice si trova anche nei supermarket. Tra le bollicine
Contadi Castaldi, il satèn. Delle mie terre, il bianco delle Colline lucchesi Terre di Matraia, riconoscibile e tipico”

La sua fidanzata ha lavorato con lei, in cucina. Avete progetti insieme nel settore?

“Ne parliamo, ma i tempi non sono facili. Però io sogno di tornare in Italia. Sì, torneremo”.

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