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La Repubblica Affari & Finanza

Il ritorno del tappo a vite negli Usa fa già tendenza… Sta per scoppiare la moda delle bottiglie di vino chiuse con il tappo a vite? A detta di Giacinto Giacomini, direttore generale di Cavit, potrebbe essere proprio questa la nuova tendenza. A tracciare la strada, come spesso succede in fatto di stili emergenti di massa, sono ancora gli Stati Uniti. «Negli Stati Uniti solo il 2% delle famiglie possiede un cavatappi, eppure gli americani sono grandi consumatori di vino», afferma Giacomini. E spiega: «Vent’anni fa, quando vedevi le donne americane andare al lavoro in metro o a piedi, con le scarpe da ginnastica, e le scarpine col tacco in una borsetta, le prendevi per provinciali, quasi delle "burine". Oggi è diventata un’abitudine diffusa anche da noi. Così potrebbe succedere con le capsule per le bottiglie. Noi diamo troppa importanza al tappo. Capisco per un vino importante, destinato all’invecchiamento, dove il tappo di sughero svolge una funzione di traspirazione importante proprio per la qualità stessa del prodotto. Ma per un vino da bere tutti i giorni, che senso ha, magari rischiare pure che sappia di tappo. Adesso ci sono già vini francesi, australiani anche italiani con il tappo a vite, lungo, anche bello, e per più utilizzabile per richiudere la bottiglia». Dura da digerire per noi europei, molto legati al gesto, al rito della degustazione del vino. Ma, almeno fino a qualche tempo fa, anche per stessi americani. Viene in mente Avvocati a Los Angeles, la fiction semicomica che fino a poco tempo fa andava in onda anche da noi; uno degli avvocati protagonisti, noto per la sua tirchieria, ma anche per lo scarsa sensibilità alle formalità, invita a cena una gentile fanciulla: lo inquadrano mentre le offre champagne. da una bottiglia da cui svita meticolosamente il tappo. Scena voluta proprio per calcare la mano sul "cattivo gusto". Ma, qualcosa, evidentemente, sta cambiando. E Cavit è un osservatorio privilegiato per anticipare le nuove tendenze. Secondo le classifiche di Italian Wine and Food Institute, Cavit è il secondo per vendite negli Stati Uniti, dopo Cantine Riunite, e prima del Gruppo Italiano Vini, ora trasformata in Spa, ma sempre appartenente al mondo cooperativo. Nel top delle vendite oltreoceano figurano, oltre a marchi privati come Bolla, Zonin, Folonari, Castello Banfi, Ruffino, Santa Margherita, ancora un’altra cooperativa, la trentina Mezzacorona.
Le cooperative vitivinicole, dunque, spingono l’export italiano, che vede il nostro paese primo per vendite in quel paese. Non solo. Gli Usa restano il nostro primo mercato di sbocco. Un trend destinato a crescere per altri 5 anni almeno, dicono le stime degli importatori di vino americano, diffuse nell’ultimo congresso di Assoenelogi. Altro mercato in forte sviluppo, a cui si guarda con grande interesse per il futuro, è la Russia. I russi investono nella ristorazione italiana, acquistano e amano i grandi vini della penisola e visitano sempre più numerosi il nostro paese. E l’enogastronomia italiana fa trend nella Piazza Rossa. E’ quanto emerge dal Vinitaly Russia, che si è conclusa venerdì scorso a Mosca. I nostri vini, dicono i dati, hanno ancora solo il 5% del mercato totale dei vini russi. Ma hanno fatto registrare un tasso di crescita del 19% nel 2004 e promettono un alto potenziale di sviluppo.
Tre le cooperative al top del giro d’affari italiano, Caviro, Giv e Cavit, secondo un report recentemente stilato da Mediobanca. Tengono alta la produzione dell’enologia italiana, subito prima di un grande brand come Piero Antinori e la Gancia di Canelli.
Giganti che hanno vigneti dal nord al sud. In alcuni casi, come la Caviro, hanno un portafoglio focalizzato sui prodotti di massa, dal Tavernello al Castellino, ma di qualità, con un punto di forza nell’ottimo rapporto qualità/prezzo. Diversa la strategia della Cavit e del gruppo italiano vini, che invece vanno dai vini prêtàporter fino alle etichette top, come i Maso della Cavit o il 5Stelle Sfurzat del Giv, superpremiati. Cooperative formate da piccoli soci che tutti insieme riescono a mettere insieme un network produttivo e distributivo capace di portarli sugli scaffali dei supermarket e delle enoteche di tutto il mondo. Uno dei punti di forza delle cooperative è proprio la capacità di fare network nella commercializzazione che, invece, al contrario, si presenta come il tallone di Achille di tante altre aziende private che preferiscono operare da battitori liberi. I dati parlano chiaro. Secondo le rilevazioni di Mediobanca le performance delle cooperative, con un incremento delle vendite del 7,2%, sono state migliori di quelle delle aziende private.
Questo, però, in uno scenario complessivo che parla di flessione: tutte le società vinicole, cooperative comprese — che rappresentano il 39% del fatturato e il 32% del capitale investito del campione studiato da Mediobanca — hanno accusato, per la prima volta una flessione dell’utile, soprattutto per l’aumento dei costi. La variazione è relativamente contenuta, ma più elevata è la flessione del margine operativo, sceso del 13% che però nel settore cooperativo è stato inferiore, — 10,7%. Ben più rilevante la flessione del rendimento del capitale: il Roi, il ritorno sugli investimenti, è sceso nel 2003 di 1,2 punti, attestandosi all’8,7% (il più basso degli ultimi sei anni) mentre il Roe, il ritorno sui profitti, è calato all’8,9% dal 10,1% del 2002. Dal lato delle coperture, il basso costo del denaro, quasi un punto in meno del 2002, ha favorito la crescita dell’indebitamento, con passivi saliti dal 102,2% al 19.6% del capitale netto, confermando comunque, questo è importante, una struttura patrimoniale sostanzialmente equilibrata. Le cooperative risultano relativamente più indebitate, ma a fronte di questo, sono però anche quelle che spendono di più per investimenti.

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