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La Repubblica / Affari & Finanza

Giù l’export, frena il mercato delle macchine per l’enologia ... La crisi è iniziata a novembre scorso con il crollo degli ordini dagli Usa. Ma ora si nota qualche segnale di ripresa mentre si aprono nuove frontiere come Asia e Sud America... “La crisi è iniziata a novembre scorso. All’improvviso, con il crollo delle esportazioni verso l’America. Fino a quel momento, il nostro settore è cresciuto con un +7% rispetto al 2008”. Parte da qui la parabola negativa dell’industria delle macchine e attrezzature per l’enologia. Ne parla un operatore internazionale, Italo Baldini, ad di Enomatic: “Se dagli Stati Uniti riprendono gli ordini, il mercato si rimette in moto. In caso contrario, dobbiamo soffrire ancora. L’unica consolazione è che si sono aperte nuove frontiere per il made in Italy, come Asia o Sud America”.
“C’è da stringere i denti e navigare a vista”. Lo dice Francesco Marin, responsabile tecnico di Ganimede Srl: “Stiamo cercando di capire come si vogliono muovere i nostri clienti. In verità, i grandi gruppi stanno iniziando ad investire, e questo è un buon segno. Investono perché sanno che ora ci sono le opportunità migliori. Però, la seconda parte del 2009 è stata orribile. Il nostro mercato di riferimento, quello italiano, sta vivendo un momento di forte crisi anche se c’è qualche segnale di ripresa. Segnali che provengono anche da Francia, Belgio e Olanda. Per contro, Spagna e Uk sono in grande sofferenza”.

Due testimonianze, quelle di Baldini e Marin, che fotografano il difficile momento che sta attraversando l’industria di settore, dopo l’euforia del 2008 quando furono archiviati un fatturato dall’export di 1,7 miliardi e un saldo attivo della bilancia commerciale di 1,3 miliardi. E proprio questi numeri, se disaggregati, fanno pensare in positivo per il 2010. Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 2008, l’export del comparto è stato trainato dal settore per le macchine da riempire, chiudere e tappare, etichettare e incapsulare.
Un movimento da 1,12 miliardi di euro, che ha rappresentato il 65% del flusso commerciale dall’Italia verso l’estero. Sono anche diminuite le importazioni (393 milioni contro i 418 del 2007 - dati Istat).
Dall’analisi emerge la stabilità del comparto degli apparecchi per filtrare o depurare le bevande, con un valore di 249 milioni e si sono rivelati molto dinamici, con un +124%, gli scambi commerciali con l’estero nel settore delle macchine per la preparazione delle bevande, a quota 14,6 milioni di euro. In crescita anche l’export delle macchine per pulire e lavare le bottiglie, con un indotto di quasi 50 milioni. Vanno bene pure botti e tini: +10%.
I mercati di riferimento dell’export sono Francia, Germania e Spagna, anche se emergono, ancora timidamente, realtà nuove come Medio Oriente, Algeria, Egitto, Tunisia e Libia. Per quanto riguarda i macchinari per riempire, chiudere, etichettare e incapsulare i migliori importatori sono Usa, Francia, Russia (in calo del 21% rispetto al 2007), Cina (-10%), Spagna (-56%), Germania, Brasile, Turchia, Messico e Inghilterra. Si segnala la crescita di piazze come India, Thailandia, Argentina, Algeria e Qatar.

Le novità più importanti le individua, però, Marzio Dal Cin, ad del gruppo omonimo e presidente di Anformape (Associazione nazionale fornitori macchine, accessori e prodotti per l’enologia). Che osserva: “C’è stata molta vivacità nel reparto delle chiusure, con una netta crescita di proposte di tappi a vite e di quelli in vetro, di contenitori e bag in box, realizzati in materiali innovativi”. Ma se è vero che l’industria legata all’alimentare affronta meglio di altre i momenti di crisi, non si può negare che anche in questo campo c’è stata qualche difficoltà, soprattutto nell’ambito meccanico e impiantistico, dove si fanno grossi investimenti e si lavora su ordinazione. Dal Cin spiega che il comparto ha reagito puntando su “qualità, sicurezza e rispetto per l’ambiente. Molte delle nostre aziende hanno capito che spendere qualcosa in più per consumare meno e per tutelare l’ambiente in cui viviamo sono valori aggiunti. Forse queste decisioni non sono percepite dal consumatore finale, ma sono per esempio molto apprezzate dalla grande distribuzione e costituiscono un motivo di preferenza per alcune aziende rispetto ad altre”.

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