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La Repubblica / Affari & Finanza

Aziende eccellenti e capitali privati così i piccoli hanno vinto la crisi ... Il settore, storicamente “anticiclico”, ha retto meglio di altri l’impatto dello tsunami finanziario con un fatturato in calo del 3,3%. La rivincita delle aziende di famiglia ... Tutto sommato, a guardare le medie, non è andata proprio male. Lo tsunami finanziario che ha provocato la peggiore crisi economica mondiale dal 1929 ha trovato i produttori italiani in grado di far fronte all’emergenza, con un calo del fatturato secondo Mediobanca del 3,2%, poca roba se si considera la media dell’industria, 19% secondo l’Istat.

Il vino, come gli alimentari in genere, è anticiclico, questo è certo. Ma dallo scenario internazionale emerge anche nel mondo vitivinicolo una tendenza rilevata in tutto il resto del made in Italy, soprattutto quello di eccellenza: le realtà di medie e piccole dimensioni hanno retto meglio all’urto della crisi. Soprattutto quelle a gestione e capitale familiare, dove in molti casi si è fatto ricorso al portafoglio privato pur di non procedere con licenziamenti e cassa integrazione.
E nel mondo del vino, in modo particolare, sono protagonisti gruppi, anche storici, di famiglia. Questo lo scenario delineato dagli analisti di Mediobanca: nel 2008, il 48,2% delle imprese ha segnato un progresso di fatturato; nel 2009 la percentuale non si è significativamente modificata (47,5%), ma si è registrata una drastica caduta della percentuale di quelle che hanno sperimentato crescite del giro d’affari al disopra del 10%. Come sempre, quando si parla di economia italiana, quello che è emerge è un quadro a macchia di leopardo, con picchi di eccellenza e punte di grande debolezza. Nel corso dello scorso anno, in quinto delle imprese, infatti, ha denunciato diminuzioni delle vendite di oltre il 10%, a fronte di una percentuale minima dell’1,1,% nel 2007. E quasi la metà, il 45,7% dei produttori, ha avuto un calo di vendite superiore al 5%, mentre nel 2007 in questa situazione era solo il 5.

La congiuntura negativa, insomma, ha operato una dura selezione, spaccando il mercato in due fronti: chi ha perso e chi, al contrario, in piena crisi ha continuato a crescere. Diversi i fattori che in tempi neri premiano: un marchio solido, una capillare struttura distributiva, canali di vendita meno esposti alla crisi, efficaci strategie di marketing. Risultato: nel 2008 una impresa su quattro ha chiuso l’esercizio in perdita, una quota costantemente lievitata dal 2004 quando era pari al 14%. Il crinale discendente dal 2006 è peraltro chiaro in diversi indicatori: basti qui menzionare la riduzione dei margini industriali (Mon sul fatturato) passati dal 7,0% al 6,1% fino al 5,3% del 2008. La redditività del capitale proprio (roe) passata dal 6,0% al 2,9% fino al 2,6% del 2008 e quelle del capitale investito (roi) evoluta secondo un identico sentiero che l’ha portata dal 7% al 6,3% per assestarsi al 5,4% nel 2008. D’altra parte, la gestione finanziaria è divenuta più onerosa e l’incidenza sul fatturato è cresciuta dall’1,3% del 2004 a 12,4% del 2008. Vi hanno concorso un progressivo maggior costo del debito e l’incremento di debito finanziario annunciata nel quadriennio del 29,3% a fronte di una crescita del 15, 1% del fatturato. Vi è però da abbinare questa e videnza con quella, assai più confortante, che vede la crescita dei debiti finanziari inferiore a quella dei mezzi propri (+45,3% nel periodo); la leva si è fissata nel 2008 attorno al 92%, virtuosamente al disotto dell’unità (segnalando mezzi propri superiori a quelli di terzi). Il quadro composito sopra emerso si completa con altre evidenze di medio periodo che meritano rilievo: in particolare il volume degli investimenti che si mantiene elevato.

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