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La Repubblica / Affari & Finanza

Asti, guerra di consorzi tra le bollicine intorno a disciplinare e comuni Docg … Ricorsi e controricorsi per includere il Comune che dà il nome al prodotto. Chi vota no … Roma Un decreto ministeriale, tre ricorsi al Tar e un ricorso al Consiglio di Stato. La guerra dell’Asti si combatte cosi, tra i vigneti di Moscato e le aule del tribunale. A far scoppiare l’incendio la richiesta di inserire nel disciplinare della Docg Asti, denominazione d’origine controllata e garantita, anche il comune d’Asti, che non era finora compreso. “E’ indispensabile che il comune che ha il nome della denominazione entri nel disciplinare, non possiamo rischiare che da oggi al domani ci venga tolta, come già successo ai friulani con il Tocai”, denuncia Paolo Ricagno, presidente del Consorzio perla tutela dell’Asti. “Asti è una Docg molto importante sia per il Piemonte che per l’Italia in quanto rappresenta un prodotto unico che non ha uguale”, incalza Lamberto Vallarino Gancia, amministratore delegato dell’azienda storica di famiglia dell’Asti, ma anche presidente della Federvini nonché del Comitato europeo del vino. Spiega Gancia. “In base alla nuova Ocm, la riforma dell’Unione europea, che contribuisce a difendere e proteggere un territorio e quindi la sua Docg, questa si rinforza e diventa definitivamente protetta sevi è inserito anche il comune da cui proviene, ovviamente sempre se si tratta di zona vitata”. Scopo dei disciplinari è quello di definire la zona autorizzata alla vinificazione, di identificare i vitigni, le regole della produzione e il prodotto finito. Nel disciplinare Asti, nato nel 1932, sono comprese tre province - Asti, Cuneo e Alessandria - e 52 comuni. Non si sa bene perché Asti Comune non c’è. Forse all’epoca non era zona vocata. Forse semplicemente non ha fatto richiesta. Fatto sta che il 5 maggio del 2008 il ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro, del governo Prodi, competente in materia, ha concesso l’autorizzazione. Apriti cielo. 11 distretto del Moscato s’è spaccato in due: da una p arte il comune di Coazzolo e una frazione di Assomoscato (che raggruppa 3mila produttori) che hanno fatto ricorso contro la decisione del ministero, sull’altro fronte il sodalizio dei sindaci dei Comuni del Moscato, il Comune di Asti e la Regione. Una battaglia tra conservatori e innovatori che infuria su tutto. Nell’Asti da anni si discute per inserire nel disciplinare il permesso di far passare, in caso la produzione lo consenta, l’Asti spumante a Moscato d’Asti. Oggi è ammesso solo il procedimento inverso: il moscato d’Asti, che ha una gradazione maggiore, può diventare Asti Spumante. Questo per proteggere la produzione nelle annate peggiori. Il tempo passa, il clima cambia. In tutto il mondo del vino è in corso una grande battaglia sugli stessi toni. L’Asti è riuscito a sfondare su molti mercati, Usa in testa, grazie a strategie di riposizionamento che hanno sdoganato le bollicine piemontesi dal panettone e lo hanno promosso a prodotto da tutto pasto con abbinamenti originali. L’incremento delle vendite dà ragione agli innovatori. E la domanda, che nei periodi di punta supera l’offerta, rende ancor più pressante l’esigenza di ampliare la zona produttiva, come è avvenuto nello stesso champagne. In gioco, come sempre, ci sono le idee ma anche i soldi: 27 milioni di euro, il budget stanziato dal ministero dello sviluppo Economico per un contratto di programma legato a rilanciare l’Asti. Una torta da dividere tra 52 comuni. Oppure 53?

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