02-Planeta_manchette_175x100
Allegrini 2018

La Repubblica

L’alimentare punta sulla Cina “Imparate a mangiare italiano” ... A Shanghai edizione comune di Vinitaly China w Cibus per lanciare l'export... I coriandoli sono stati sparati, secondo la tradizione cinese, sul prosecco veneto, sul Nero d’Avola, sul risotto con radicchio trevisano. Il made in Italy alimentare è sbarcato a Shanghai, una città che da 15 anni cresce con una velocità a due cifre, presentandosi ieri per la prima volta in formazione completa con il matrimonio tra cibo e vino. E’ il debutto di un nuovo patto del Nord-Est: la Fiera di Verona e quella di Parma si sono alleate per costruire il pacchetto completo della qualità italiana a tavola con l’esposizione «Vinitaly China e Cibus 2006». Una mossa che segue la creazione di una scuola dell’alta cucina italiana nell’università di Shanghai per fornire palati locali alle nostre tradizioni gastronomiche. «Sembra che la nostra pasta e fagioli sia stata un buon biglietto da visita, del resto i ristoranti italiani stanno soppiantando i francesi in molte delle grandi catene alberghiere», commentano soddisfatti Mario Musoni e Giovanna Guidetti, i due cuochi che hanno sostenuto la performance inaugurale della fiera. Il marchio Italia va, è il sistema operativo che lascia a desiderare. Come nel caso del turismo, i produttori alimentari si presentano sul mercato senza coesione, senza capacità di creare squadra, più preoccupati della concorrenza interna che della conquista dei mercati esteri. E il risultato è disastroso. Per l’export alimentare italiano la Cina pesa quanto l’Albania nonostante abbia un mercato di consumatori abbienti che già oggi è il doppio di quello francese e che nel giro di poco più di dieci anni arriverà a 300 milioni, la popolazione degli Stati Uniti Giocando in casa, cioè a tavola, l’Italia perde la partita con Pechino per 12 a 1 ed è sorpassata nell’export anche da paesi che non vengono considerati concorrenti della nostra cucina, come Germania e Stati Uniti. Superando il confine della Grande Muraglia, si aprirebbero invece panorami commerciali straordinari: se ogni cinese mangiasse tre fettine di prosciutto, la produzione del prosciutto di Parma non basterebbe a soddisfare questa richiesta. «Per noi questo è il momento decisivo», ha spiegato il ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, impegnato in una tre giorni cinese per curare lo sbarco del made in Italy. «Abbiamo ottenuto i primi, importanti risultati: dopo anni di trattative, è stato ottenuto il via libera all’ingresso del prosciutto di Parma e del San Daniele che saranno sulle tavole cinesi a Natale. E per le Olimpiadi del 2008 sarà pronto l’atlante dei prodotti tipici italiani e cinesi. Ma il quadro delle possibilità che abbiamo di fronte è molto più ampio. Pechino è sempre più preoccupata per l’inquinamento delle città e abbiamo raggiunto un’intesa commerciale e scientifica mirata a sostituire quote di carburanti e combustibili con prodotti ricavati dai campi». Anche secondo Giuseppe Bartolucci, segretario del Consorzio sistema Italia export, la Cina rappresenta una grande opportunità a patto di far valere i nostri punti di forza: «Nella zona di Heilong Jiang, ai confini con la Russia, stiamo aprendo i primi campi biologici: 20 mila ettari. E in due province produrremo concime organico per ridurre l’uso dei pesticidi che crea problemi crescenti all’agricoltura cinese».

Copyright © 2000/2018


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2018

Pubblicato su

Altri articoli