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La Repubblica

Birra, dalla spuma alle bollicine così imita lo champagne ... C’era una volta il brindisi dei brindisi, firmato Champagne. Poi, negli anni, ad allargare il ventaglio delle scelte sono arrivati gli alter-ego europei, su tutti gli spumanti italiani e i cava spagnoli, lavorati con lo stesso metodo, detto champenois (anche se i francesi nel 1994 hanno messo la parola sotto chiave, obbligando tutti gli altri a trovare dei sinonimi, da metodo classico a tradizionale). Adesso, è il momento della birra.
Più che la crisi, potè la moda, ma anche il prepotente affermarsi della birra come bere alternativo a vino e soft drinks (cole & affini), capace di aderire a stili di vita, esigenze e gusti molto differenti. Una sorta di bevanda multi-tasking, articolata in cento tipologie differenti e oggi in vetta alle preferenze degli under quaranta. Certo, tra la versione analcolica e la mitica Guinness - passando
per bionde, rosse o scure, a bassa o alta fermentazione, crude o pastorizzate, con lieviti selvaggi o iperselezionati - la differenza è tale che quasi si stenta a riconoscere un minimo comun denominatore. Eppure, proprio come successo con altri alimenti (la birra è stata definita per secoli “pane liquido”, in quanto fatta con gli stessi ingredienti), tecniche e curiosità hanno progressivamente trovato spazio nelle ricette dei mastri birrai, categoria che negli anni ha divaricato la forbice professionale, aumentando di numero e diminuendo l’età media. Nulla da stupirsi, comunque, se la birra brut arriva dal Belgio, che è patria indiscussa delle birre d’autore. Basti pensare che nello stesso borgo, affondato nelle Fiandre Orientali, rivaleggiano due superbirrifici: Bosteels e De Landtsheer, entrambi presenti sul mercato con la tipologia bière de Champagne: “Deus” e “Malheur”. A fare la differenza, la scelta radicale dei primi, che hanno confezionato una birra spinta ai confini della birrificazione, con un’effervescenza rabbrividente e quasi dodici gradi di alcol, più o meno quelli di uno Champagne. Ma i manager della Bosteels, conoscitori furbetti del marketing gourmand, hanno fatto di più, agghindando la Deus come una vera bottiglia di bollicine francesi, etichetta, bottiglia e tappo compresi. Come spesso succede, il primo a realizzare la portata dell’oltraggio è stato un importatore americano subito supportato dai legali dei produttori Dom Perignon, che hanno preteso un’immediata retromarcia nello styling della bottiglia, come raccontato ieri dal “Washington Post” Reazione che, se da una parte tutela i diritti degli champagnisti, dall’altra è destinata ad accendere la curiosità degli appassionati sul nuovo prodotto, già in vendita su internet. Da un punto di vista gustativa e organolettico, il paragone con “l’unico vino che rende belle le donne”, come assicurava Madame de Pompadour, non è proponibile. Mali solo fatto di mutuare con successo una tecnologia nata per un prodotto altro, rende merito a chi l’ha tentata.
Del resto, la birra tipo Champagne è già considerata una birra-culto tal grandi degustatori, che la descrivono fresca, speziata, con intriganti sentori di lavanda, miele e frutta secca, ideale per risotti aromatici e formaggi stagionati. In più, come per gli Champagne pregiati, è previsto
l’affinamento in bottiglia, con tanto di annata riportata in etichetta. Volendo organizzare per tempo il prossimo brindisi di Capodanno, meglio cominciare a scegliere tra pinte e flute.

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