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La Repubblica

Prosecco ... Se la sfida alle bollicine adesso arriva dall’Est ... Dici Prosecco, e parli di uno dei più grandi successi italiani degli ultimi anni: 600 milioni di fatturato solo nell’esportazione, altri 400 in Italia, 230 milioni di bottiglie prodotte con la vendemmia del 2012. Eppure questo grande successo, questo marchio che sa d’Italia quasi quanto un tailleur di Armani, un barattolo di Nutella o una Ferrari rossa, oggi litiga con un piccolo vino croato, il Prosek, prodotto a poche decine di chilometri in linea d’aria dalla zona d’origine delle grandi bollicine italiane (Prosecco è, prima di tutto, una frazione di Trieste) ma completamente diverso. Il piccolo vino croato, dolce, difficile e tuttavia buono, non aveva avuto diritto ad alcuna rivendicazione ufficiale quando i grand commis di Zagabria iniziarono a trattare con Bruxelles l’ingresso in Europa. Un ingresso che il 1° luglio è diventato realtà, trasformando il loro Stato da 4 milioni e mezzo di abitanti nel 28° membro dell’Unione. Ma forse nessuno l’aveva detto ai produttori del Prosek aggrappati alle loro colline e alle loro 120 mila bottiglie, che ora rispondono “non ci pensiamo nemmeno” alla richiesta, prevista dalle norme comunitarie, di cambiare nome. Già, perché nella Ue non possono esistere prodotti con nomi uguali o simili al punto da poter trarre in inganno i consumatori. Deciderà Bruxelles, naturalmente, e altrettanto naturalmente i produttori del gigante Prosecco sono fiduciosi nei loro buoni uffici. Ma intanto la guerra del vino è stata sufficiente a produrre un “serrate le file” che in tanti anni non si era malvisto, e che sabato scorso ha visto il Consorzio del Prosecco Doc e le due Docg venete e friulane muoversi insieme a difesa delle preziose bottiglie. Spiega Stefano Zanette, un piccolo produttore da poco alla guida del Consorzio per la tutela del Prosecco Doc: “Il nostro vino ha avuto un successo sorprendente in tutto il mondo negli ultimi anni. Non mi piace pensare che questo sia avvenuto a causa della crisi dello champagne: sono due prodotti diversi, il nostro è un vino di ottima qualità ma è anche facile, lo puoi bere a metà mattina con due patatine e allo stesso tempo può accompagnare per intero una cena importante. Successo vuol dire responsabilità, e proprio per questo abbiamo avviato un percorso di tutela e di tracciabilità di tutte le nostre bottiglie, apponendo il marchio dello Stato anche quando non eravamo strettamente obbligati a farlo”. E quindi? “Non siamo preoccupati per la questione del Prosek croato, caso mai soltanto stupiti. Siamo fiduciosi che l’Unione vorrà e saprà tutelarci, altrimenti verrebbe meno ai suoi stessi principi, creando un precedente pericoloso anche al di fuori dei confini europei”. Nessuno ama ricordarlo, ma esistono precedenti brucianti, come quello del Tocai. Quando, nel 2004, l’Ungheria fece il suo ingresso nell’Unione europea, produttori e lobbisti si accorsero con orrore che anche in Italia esisteva un vino non proprio sconosciuto che si chiamava allo stesso modo. Vinse l’Ungheria, perché nei suoi confini stava la località che-aveva dato nome alla bevanda. Ora per i produttori italiani è una questione di principio. E le proporzioni del business, e del marchio, sono un po’ diverse. Il Prosecco spazia da Trieste a Treviso, da Conegliano a Valdobbiadene, ha restituito autostima e contanti a produttori che negli anni si erano (ingiustamente) sentiti etichettare come di serie B rispetto ai gran- divini toscani e piemontesi. Ora invece, alla faccia del Brunello e del Barolo, se a New York o Tokyo si stappa una bottiglia, una volta su due è grazie al Prosecco, al punto che il Consorzio si è inventato un “poliziotto” che controlla l’origine di quei brindisi, ed è inseguito dai giornalisti giapponesi. Snobbare le bollicine made in Italy è stato un errore, nel quale i critici più rinomati sono caduti fino a quando non è entrato in campo il Nordest, col suo accanimento e la sua storia: “Ed or ora immolarmi voglio il becco con quel melo aromatico Prosecco”, scriveva Aureliano Acanti nel 1754 componendo una delle più antiche citazioni in cui compare questo nome. “Sono stati i giovani, e soprattutto le donne, a dire che il nostro vino era buono”, dice con gratitudine Stefano Zanette. Prosecco e Prosek, due vini molto diversi, due nomi troppo simili anche il vino dalmata ha una sua tradizione, ed è comprensibile che i suoi produttori, sopravvissuti miracolosamente all’esplosione della ex Jugoslavia e alle politiche di Zagabria non sempre favorevoli alle minoranze e alle piccole produzioni locali, vogliano difenderla. Ma gli eurodeputati sono già in movimento, e dopo il formaggio, il latte e le mucche ora toccherà alle bollicine. I pronostici danno il Prosecco vincitore.

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