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La Repubblica

La lezione di Veronelli ... Come tutti i grandi, Luigi Veronelli - chiamato Gino dai pochi
intimi e dai molti sedicenti allievi spuntati come funghi dopo la sua dipartita, nel 2004- non è sfuggito al variopinto carrozzone agiografico post mortem:
dediche commosse, intitolazioni di strade, convegni alla memoria, pubblicazioni monografiche. Soprattutto, non è sfuggito all’azzeramento di ogni sia pure timido accenno di possibile critica alla sua opera. Di conseguenza rimane difficile scriverne senza adeguarsi e senza cadere nei toni celebrativi più appiccicosi. Veronelli, disincrostato da questa massa già opprimente di retorica, si rivela non un santo ma una figura di particolare complessità. Difficile da ingabbiare in una definizione univoca. Anzi, dà l’impressione di essere stato una somma di aspetti opposti: apparentemente timido ma anche molto sicuro di sé, tranquillo ma anche capace di incazzature epiche, elegante e originale nella scrittura ma anche enfatico in taluni passaggi (“ho preso la bottiglia e l’ho fatta mia”). Bonario, quasi paterno, ma anche incendiario e provocatore; distaccato dalle logiche più mercantili ma anche costretto da diverse circostanze della vita professionale ad ossequiarle.
In occasione del decennale della sua morte è stato fondato un sodalizio per le opportune celebrazioni, che si è definito in modo inattaccabile Comitato decennale Luigi Veronelli. il lungo periodo di festeggiamenti e iniziative è culminato con la mostra “Luigi Veronelli-Camminare la terra, ancora visitabile fino al 24 febbraio a Milano. Il rumore di fondo che fa echeggiare l’aggettivo veronelliano in ogni angolo d’italia è dunque al massimo della sua intensità. Lo usano e anzi ne abusano produttori di vino, ristoratori nostalgici, giovani blogger. Ancora pochi, mi pare, provano a inquadrare l’opera di Veronelli in una equilibrataprospettiva storica. Tra i pochi segnalo Nichi Stefi
Arturo Rota, curatori del volumeLa vita ètroppo corta per bere
vini cattivi, in cui si articola per
lemmi (contadini, etica, pane, patria, utopia, etc) il vasto oceano di
temi veronelliani. Oceano vasto,
magistralmente navigato. Veronelli è stato soprattutto questo,
un grande navigatore: nessuno ha saputo meglio di lui veleggiare con sicurezza e agilità tra enologia, gastronomia, politica, cultura letteraria, filosofia. Dove molti si incagliavano, procedevano a fatica, lui si muoveva con leggerezza. Una leggerezza che faceva apparire semplice e naturale il risultato, figlio invece di una profondità di analisi cui pochi sanno attingere. La lezione veronelliana è per me una lezione di leggerezza profonda. In un vino cercava sempre i pregi, si ostinava addirittura a trovarne, anche nel più umile. Pareva così che gli piacesse tutto, che fosse quasi ingenuo, infantile nella gioia che gli procurava un bicchiere divino. “Un buon critico”, diceva, “cerca prima i pregi, e poi casomai i difetti”. Una lezione di leggerezza magistrale per chiunque oggi scriva di vino e di cibo. Un grande navigatore, e già che siamo alle virtù nazionali, un poeta, un vero poeta. Non un santo però. Quello proprio no.

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