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La Repubblica

Intrigo nelle Langhe l’ombra di una vendetta sul signore del Barolo ... Nessuno ne parla volentieri, qui a Monforte, a La Morra e tanto meno ad Alba, capitale di quelle Langhe diventate negli ultimi vent’anni terra benedetta dal dio del vino. Nessuno vuole parlare di questo potenziale scandalo del Barolo, perché in questa storia, al tradizionale riserbo piemontese, che rasenta a volte l’omertà, si sommano legami di amicizia forti. E altrettanto forti ragioni di interesse. La vicenda, che a prima vista ha l’aria di una piccola vendetta da strapaese, coinvolge Orlando Pecchenino, presidente del Consorzio di tutela di Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani che è accusato da un altro produttore di aver violato il disciplinare che regola la produzione del Barolo. Un vino a Docg (denominazione di origine controllata e garantita) e che quindi è governato con norme rigide. Per poterlo chiamare Barolo bisogna, ad esempio, che le uve nebbiolo da cui nasce siano non solo coltivate, ma anche vinificate e invecchiate all’interno di un preciso perimetro, che comprende 11 comuni di Langa. Un’area di 1.984 ettari, rchiusa in una sottile linea immaginaria che attraversa strade e vigne e fissata nel 1966. Violare il disciplinare equivale a violare una legge. E può avere anche conseguenze penali, oltre che amministrative. L’accusa rivolta a Pecchenino è di aver vinificato il suo Barolo non nella nuova cantina di Monforte d’Alba acquistata da qualche anno proprio per poterlo produrre e che è all’interno dell’area consentita, ma a Dogliani, pochi chilometri più in là dove ha la sua cantina storica. Che è però fuori dal perimetro magico. Se anche così fosse, bisogna specificarlo, il fatto non inciderebbe assolutamente sulla qualità del vino. Ma Pecchenino sarebbe obbligato a “declassare” almeno sei annate del suo vino da Barolo a Nebbiolo Langhe. Con una perdita economica di milioni di euro. E poi è chiaro che l’eventuale violazione di una norma del disciplinare da parte del presidente del Consorzio che quelle regole ha fissato e che ha tra i suoi compiti farle rispettare, non potrebbe rimanere senza conseguenze. Così la soffiata, fatta con nome e cognome da un altro produttore, un “vicino”, ai carabinieri di Monforte d’Alba, ha provocato la visita dei Nas nelle cantine di Pecchenino. E l’apertura di una indagine della Procura di Cuneo. “Al momento stiamo facendo tutte le verifiche: se l’ipotesi da cui siamo partiti sarà verificata procederemo con l’accusa di frode in commercio” spiega la procuratrice capo di Cuneo, Francesca Nanni, La difesa di Pecchenino è secca: “Se ci fosse stata qualche irregolarità - dice - mi sarei subito dimesso. Ho gestito questa vicenda nella più assoluta trasparenza nei confronti dei colleghi del Consorzio. Ho perso dieci chili in poche settimane, la mia azienda rischia di subire un danno notevole. Ma come ho detto anche al pro, di Cuneo quando mi ha voluto sentire, noi non abbiamo mai commesso irregolarità. Quel vino è stato vinificato e invecchiato nella nostra cantina di Monforte. Fa specie subire un’accusa di questo genere, ma qualche nemico c’è sempre. Almeno un fatto positivo c’è: la solidarietà e la fiducia che ho avuto da tutti i colleghi”. Molti, ma non tutti: perché vox populi parla appunto di una scandalo nato da una vendetta. Due le ipotesi: un vicino che voleva una vigna pregiata che invece è stata acquistata dai Pecchenino. E che si è vendicato con la soffiata. Oppure la ritorsione di qualche grande e spregiudicata casa vinicola, perché Pecchenino e il Consorzio hanno preso posizioni molto nette contro l’allargamento di un’altra Doc, quella del Nebbiolo, al Monferrato se non a tutto il Piemonte. Se si pensa che oggi un ettaro di vigna dentro il perimetro di quei 11 comuni vale anche due milioni di euro (così l’hanno pagato gruppi americani sbarcati nell’Albese negli ultimi anni) e che pochi chilometri più in là il valore scende in modo "drammatico", è più facile capire perché questa “scaramuccia” possa avere conseguenze serie.

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