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BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA

La televisione ha contribuito a creare in Italia l’immaginario collettivo che ruota intorno al cibo

Nel suo libro “L’invenzione del cuoco” Alberto Grandi racconta la storia della cucina sul piccolo schermo, a partire da Carosello e Mario Soldati
ALBERTO GRANDI, BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA, CUCINA ITALIANA, TELEVISIONE, Non Solo Vino
Nel suo ultimo libro Alberto Grandi ripercorre la storia della cucina italiana in tv

“Per molti secoli l’alimentazione degli italiani è stata segnata dalla scarsità e da una fortissima frammentazione territoriale. Il concetto stesso di “cucina italiana” è, a ben vedere, un prodotto del Novecento. E lo è non solo per ragioni economiche e sociali, ma anche - e soprattutto - mediatiche. Alla fine delle mie ricerche posso dire che la cucina italiana è stata inventata dalla televisione a partire dagli anni Sessanta”. Nel suo libro “L’invenzione del cuoco. Contro le bugie degli chef” (Edizioni Mondadori, 192 pagine, prezzo 19,00 euro) Alberto Grandi, che insegna Storia dell’alimentazione all’Università di Parma, afferma due intuizioni storico-scientifiche: è la cucina che ha fatto gli italiani (e non viceversa) ed è la televisione che l’ha inventata e raccontata corredandola dei suoi archetipi: ricette, forchettate in diretta, nutrizionisti, chef con pose da star.
Come è accaduto? Nell’Italia degli anni Sessanta, mentre è in via di esaurimento il boom economico, il cibo inizia a essere narrato, rappresentato, spettacolarizzato dai media, acquisendo una dimensione simbolica e pian piano un ruolo identitario: in breve gli italiani diventano anche quello che cucinano. In questa narrazione è la televisione a svolgere un ruolo decisivo, allevando schiere di consumatori secondo la leggenda che succulenti piatti regionali costituiscano da sempre il desinare quotidiano nelle poverissime mense dei contadini fino al dopoguerra, addirittura perfezionati e tramandati di madre in figlia. A partire dal mitico Carosello, e poi attraverso trasmissioni e personaggi di variegata competenza, da Ave Ninchi a Luigi Veronelli fino ad Antonella Clerici o a Benedetta Parodi, la televisione contribuisce a creare un immaginario gastronomico condiviso e identitario, con la codificazione popolare di ricette, riti, regole e figure archetipiche che oggi noi consideriamo giustamente un patrimonio nazionale. Ciò che noi chiamiamo con orgoglio “cucina italiana”, spiega Grandi, non è altro che la narrazione partecipata di un intero Paese che verso la fine degli anni Sessanta si trova di fronte a una notevole disponibilità e varietà di prodotti alimentari e che, grazie a un innato talento per i fornelli e per la soddisfazione del gusto, la costruisce prima per il consumo interno, usando la tv, e poi la racconta in tutto il mondo con straordinaria efficacia e un pizzico di gastro-spocchia.

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