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LA RIFLESSIONE

La viticoltura è modello di tutta l’agricoltura: il messaggio di “Climate Change & Fine Wines”

A Costigliole d’Asti, nella cantina Mura Mura, confronto tra grandi produttori di vino di tutto il mondo, con l’apertura di Petrini (Slow Food)

Climate change, emergenza climatica, tragedia ambientale. I tempi che stiamo vivendo, chiamati in molti modi, mettono sempre più al centro del dibattito e della comunicazione il tema della sostenibilità. Complesso, come abbiamo detto spesso, e sul quale ognuno, per ottenere risultati concreti e benefici per l’uomo, deve fare la sua parte. Compreso il vino, che è da sempre punta di diamante dell’agricoltura. E che ha la forza per essere modello per il comparto agricolo tutto. A partire dalla vigna e della cantina, ma non solo. Perchè “con sostenibilità si intende tutto ciò che facciamo nella vita e nel lavoro, che deve avere come obiettivo una maggiore durabilità nel tempo”. Parole di Carlo Petrini, tra i più grandi pensatori del nostro tempo, fondatore di Slow Food e langarolo, che, proprio nel suo Piemonte, a Costigliole d’Asti, è stato tra i protagonisti di “Climate Change & Fine Wines”, andato in scena, nei giorni scorsi, da Mura Mura https://muramura.it/, la cantina di Guido Martinetti e Federico Grom (già fondatori del celebre brand del gelato italiano Grom, ndr), che hanno riunito alcuni dei più importanti produttori d’Italia e del mondo, da Aubert de Villaine, co-proprietario di Romanée-Conti al barolista Elio Altare, da Saskia De Rotschild di Château Lafite ad Alessio Planeta della cantina siciliana, da Mario Pojer (azienda agricola trentina Pojer e Sandri) a Jean-Pierre Perrin (Château de Beaucastel), da Willi Bründlmayer (Weingut Bründlmayer a Kamptal, in Austria) a Paolo De Marchi (Isole e Olena, in Chianti Classico, in Toscana), per citarne alcuni, per confrontarsi proprio sul tema del cambiamento climatico in vigna. Cambiamento che se, come noto, è un problema enorme per l’umanità, in una prospettiva neanche troppo lontana, in questi anni ha messo in difficoltà alcune viticolture, ma ne ha “aiutate” delle altre.
Il convegno si è aperto proprio con gli interventi di José Vouillamoz dell’Académie Internationale du Vin e di Carlo Petrini di Slow Food, i quali hanno messo in luce l’evidenza delle conseguenze del surriscaldamento globale nonché le opzioni a disposizione dei viticoltori per difendere il suolo e tutelare la biodiversità attraverso azioni sostenibili. “Dagli anni Ottanta del Novecento le vendemmie diventano sempre più precoci: è una delle conseguenze del surriscaldamento globale. I vitigni - ha detto José Vouillamoz - hanno un’adattabilità climatica. Che vini avremo tra 50 anni? A Beaune non si potrà più coltivare Pinot Nero. A Bordeaux stanno facendo un esperimento su 52 vitigni e la resistenza al caldo. Se vogliamo cambiare vitigni di una regione, è una decisione a lungo termine. Se vogliamo mantenere vitigni locali, credo che ci siano vitigni abbandonati perché producevano poco, ma sono le star del nostro futuro. Cosa fare? Investire sulla ricerca delle tecniche genetiche”.“Non ci saranno più frontiere nel cambio climatico - ha aggiunto Petrini - e oggi siamo vicini a un punto di non ritorno. Siamo davanti a un periodo che chiamo la transizione ecologica che ci impone di cambiare lo stile della nostra vita. Si pensava che le risorse del pianeta fossero infinite per creare il nostro benessere: è stato un concetto sbagliato. Il cambiamento climatico ci impone di invertire la rotta, le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti noi. Il settore agroalimentare ha un’importanza rilevante per la produzione di CO2, è responsabile del 34% della produzione mondiale contro il 17% delle macchine, aerei e altri mezzi di trasporto. Quattro gli aspetti di cui dobbiamo tenere conto: allevamenti intensivi, buone pratiche in campo agricolo, l’uso della plastica monouso, la difesa del suolo e la cementificazione con conseguente perdita di biodiversità”.Dagli interventi dei produttori, come detto, è emerso un punto fondamentale: il surriscaldamento globale non è stato percepito nella stessa misura in ogni area del pianeta e non ha avuto le stesse conseguenze, sebbene ovunque si rilevi una variazione delle rese delle uve, così come dell’acidità e degli aromi dei vini.
“Siamo in prima fila per constatare questo importante cambiamento climatico - ha detto Aubert de Villaine, collegato da Romanée-Conti - non credo che abbandoneremo il Pinot Nero in Borgogna per farlo coltivare agli inglesi: ci adatteremo. Le sperimentazioni che stiamo facendo prendono in considerazione i cambiamenti climatici. Le nostre ultime annate sono già diverse dagli anni ‘70 e ‘80. Sono vini più strutturati, con un carattere più forte e tannini più spiccati. Questo ci porterà a consumare i vini della Borgogna più giovani”. “Ho fatto 56 vendemmie - ha detto il barolista Elio Altare - e ho fatto un diario di bordo: ho visto l’anticipo delle fasi fenologiche, il gelo primaverile, l’aumento dello stress idrico, il cambiamento della gamma aromatica. In Langa il cambiamento è avvenuto negli ultimi 25 anni. Custodire di più il territorio, ricreare gli ambienti e la biodiversità anche impiantando boschi e piante tartufigene”.
Alle zone dove sono stati registrati eventi climatici estremamente violenti quali incendi, forti grandinate e inondazioni, di cui sono esempio Sicilia, Austria, California e Spagna come testimoniato da Alessio Planeta (Planeta), Willi Bründlmayer (Weingut Bründlmayer), Carlo Mondavi (Raen) e Alvaro Palacios (Bodega Alvaro Palacios), si contrappongono zone che hanno addirittura beneficiato dell’aumento delle temperature. Mario Pojer dell’azienda agricola Pojer e Sandri, per esempio, ha sottolineato come grazie alle caratteristiche del territorio, “la nostra produzione in Trentino ha potuto godere della possibilità di spostarsi in quota e dell’aria fresca che giunge dal Lago di Garda. In questi anni abbiamo avuto anche delle possibilità positive grazie al cambiamento climatico e all’aumento delle temperature che permette la completa maturazione delle uve impiantate più a bassa quota come il cabernet”. Diverso, dunque. è l’impatto del climate change, così come necessariamente diverse devono essere sia le scelte agronomiche sia le tecniche gestionali che ogni produttore ha deciso di adottare per mantenere alta la qualità della produzione.
A coloro che si dimostrano più propensi all’innovazione, tra cui spicca Saskia De Rotschild che, a Château Lafite, sta studiando vitigni ibridi ed il recupero della biodiversità nella storica tenuta, si contrappongono produttori più legati alla tradizione, per cui il mantenimento dell’identità del vino viene prima di qualsiasi altro aspetto. Ne sono un esempio lo stesso Aubert De Villaine, Thomas Duroux (Château Palmer) e Jean-Pierre Perrin (Château de Beaucastel), contrari a modifiche a livello di genetica e decisi a tutelare la purezza del vitigno, sfruttando altri aspetti tra cui la scelta del porta innesto e la diversità clonale. In particolare, Perrin si è definito “forse troppo idealista e utopista”, ma ha espresso la sua “piena fiducia nel potere della terra e nella capacità della vite di adattarsi ai cambiamenti. Il ruolo del viticoltore non deve essere che quello di accompagnarne e facilitarne l’adattamento”.
“Abbiamo dovuto fare delle scelte, come quella di togliere il Muller Thurgau che è un vitigno bisognoso di freddo”, ha detto invece Willi Bründlmayer di Weingut Bründlmayer a Kamptal, un Austria. “Il viticultore vero - è stata la riflessione di Paolo De Marchi di Isole e Olena, in Toscana, nel cuore del Chianti Classico - è quello che diventa anche un po’ vite: con il caldo, l’uomo o l’animale può cercare l’ombra e l’acqua, mentre la vite è obbligata a trovare il suo equilibrio restando ferma. In questo modo, per sopravvivere, deve cambiare. Dobbiamo ragionare in questi termini”.
Ma al di là delle diverse vedute, una consapevolezza è comune a tutti i produttori. “La viticoltura è sempre stata la punta di diamante del settore dell’agricoltura ed è necessario che si comporti come tale”, ha affermato Carlo Petrini. E, come ha ribadito il produttore siciliano Alessio Planeta, “i viticoltori hanno un ruolo importantissimo come modelli culturali per chi fa agricoltura, hanno una responsabilità molto forte rispetto al resto del sistema agricolo. Come noi gestiremo l’agricoltura nei prossimi anni servirà anche per gli altri, farà da modello”.
“Questo è il primo evento del Convivio - ha detto Guido Martinetti - che vuole proporre Mura Mura come luogo di incontro di persone eccellenti in arti e mestieri, che si arricchiscono reciprocamente mettendo a disposizione esperienza e cultura. Mura Mura ha un obiettivo semplice: produrre vini straordinari, in un luogo magico e bellissimo. E un luogo diventa magico quando la presenza di persone straordinarie, che si contaminano a vicenda, lo rende tale. Al bello, invece, pensa la natura”.

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