Il mondo sta vivendo un cambio di paradigma, profondo, non una crisi come le altre. E anche l’agricoltura italiana vuole cambiare paradigma, e vuole vedere cambiata la considerazione che se ne ha, soprattutto in Europa, ma anche in Italia: non un settore da proteggere, tutelare, regolamentare, ma un asset da considerare verametne strategico, su cui investire. Anche perchè la questione agricola, la produzione di cibo, è una questione di sicurezza nazionale. Messaggio lanciato dal presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, nell’evento “L’Agricoltura, il Futuro”, a Milano, oggi e domani, per produrre, tra gli altri, insieme all’Università Bocconi, un “manifesto che non è un lista della spesa, ma un progetto per il futuro del Paese, che passa dai suoi campi, e che produrremo nei prossimi giorni, perchè le cose serie non si fanno con il copia incolla”. Un messaggio rivolto all’Unione Europe, e al Governo, e raccolto dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento a Palazzo Mezzanotte, davanti alla platea degli imprenditori agricoli di Confagricoltura. “È stata una giornata abbastanza intensa, però ci tenevo ad essere qui per portare il mio contributo ai lavori di questi due giorni - ha detto la Premier, che, nella mattinata, ha incontrato, a Roma, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio - che hanno un obiettivo tanto concreto quanto ambizioso, e cioè tracciare le prossime sfide di un settore che è sempre più centrale per la nostra vita, per la nostra economia, per la nostra identità, aggiungo, per la nostra sicurezza, perché sono d’accordo su questo. L’agricoltura per noi rappresenta molto, per noi come Nazione, rappresenta ricchezza, benessere, tradizione, tutela del paesaggio, cultura, perché agricoltura e cultura particolarmente sono intimamente connesse, come del resto dimostra l’etimologia stessa della parola cultura, cultura, che viene dal latino colere, coltivare. E noi e voi condividiamo di fatto questo obiettivo, e cioè coltivare, far crescere, valorizzare quello che ci rende unici al mondo e che nessun altro è in grado di fare così come lo facciamo noi. Ma colere, coltivare, ha anche un altro significato, anch’esso profondamente connesso al lavoro che gli agricoltori portano avanti ogni giorno, che è avere cura. Ogni buon agricoltore ha cura del proprio territorio - ha continuato Meloni - considera quello che ha ricevuto in eredità come qualcosa di sacro, che deve trasmettere integro e sano a chi verrà dopo di lui. Lo dico per ricordare a me stessa, e non solamente a me stessa, che voi siete i primi custodi dell’ambiente, che il vostro contributo va ben oltre il dato economico. Banalmente senza gli agricoltori il meraviglioso paesaggio che tutto il mondo ci invidia sarebbe molto meno ricco di quello che è. E lo dico per ricordare a me stessa e non solamente a me stessa che sono tra coloro che rifiutano il racconto surreale di agricoltori come nemici della natura o come avversari della natura. Racconto in forza del quale da anni venite ormai additati come un pericolo da contrastare e da limitare con vari mezzi a disposizione. A partire ovviamente dalle direttive (europee, ndr) più astruse e paradossali, lontane anni luce dalla realtà e dalla concretezza della produzione. Però questa lettura ciecamente ideologica è dal nostro punto di vista inaccettabile ed è la ragione per cui l’abbiamo contrastata, la contrastiamo convintamente”, ha detto Meloni. Che ha sottolineato ancora: “sappiamo che i nostri agricoltori sono i primi alleati della natura, e che non è possibile proteggere l’ambiente senza l’opera responsabile dell’uomo.Conseguentemente, con questa impostazione culturale, quando tre anni e mezzo fa abbiamo assunto la responsabilità di governare questa nazione, abbiamo fatto una scelta coerente, e quella scelta era restituire all’agricoltura la centralità che meritava lavorare per rendere questo comparto più forte, più sostenibile e più innovativo”, ha detto ancora Meloni, ricordando in tanti provvedimenti e le risorse per il settore messe in campo dal Governo, “anche grazie alla caparbietà del Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida”.
“L’Italia - ha ribadito il Presidente del Consiglio - è sempre di più una superpotenza agroalimentare, siamo diventati la prima economia agricola d’Europa per valore aggiunto, l’anno scorso l’export tricolore ha raggiunto un nuovo record assoluto, quasi 73 miliardi di euro, un successo straordinario per il made in Italy, dove le nostre Igp hanno superato la soglia storica dei 12 miliardi di euro con una crescita annuale del 12,7%. Lo dico agli italiani, perchè comprendano e ricordino quanta parte della nostra ricchezza deriva dal lavoro che voi portate avanti”. Un lavoro da tutelare contro l’Italian sounding, ha detto ancora Giorgia Meloni, e da valorizzare anche grazie al riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio Unesco, “che non è per noi un punto d’arrivo, ma semmai un impulso ad agire per fissare la sticella sempre più in alto. Insomma, l’agricoltura italiana è certamente tornata protagonista, e il merito non è del Governo, è soprattutto vostro, è degli imprenditori, è dei lavoratori”. Al centro dell’azione di Governo, ha sottolineato ancora Meloni, il lavoro per agevolare il lavoro degli agricoltori, i 15 miliardi investiti sul ettore in 3 anni, guardando soprattutto ai giovani con progetti come Generazione Terra, l’inasprimento dei controlli e delle sanzioni per i reati nell’agroalimentare, e così via. Ma non solo: “in materia di innovazione e di ricerca, che è tema da sempre caro all’organizzazione, voglio ricordare anche il lavoro che stiamo facendo per sostenere la ricerca sulle tecniche di evoluzione assistita, superando la storica diatriba sugli Ogm. Tecniche che possono garantire un’agricoltura più sostenibile, una produzione più forte, utilizzando meno pesticidi e acqua. E’ un impegno che stiamo portando avanti nel solco delle eredità di un grande italiano, di un grande scienziato come Nazareno Strampelli, che in passato ha già portato l’Italia all’avanguardia e che tuttora rappresenta un modello da seguire”. E poi c’è il fronte delle politiche Europee, sulle quali “l’Italia non ha mai fatto mancare il suo punto di vista, non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla categoria. Ci siamo battuti - ha dettto ancora Meloni - affinché la Pac tornasse a perseguire gli obiettivi sanciti dai trattati, ovvero garantire approvvigionamenti alimentari sicuri e di qualità, riconoscere ai produttori e alle imprese il giusto prezzo per il loro lavoro. Anche per questa ragione, credo che essere riusciti ad ottenere con un negoziato, che io ho condotto anche personalmente, che nella futura politica agricola comune fossero previsti 10 miliardi di euro in più rispetto alla proposta che era stata formulata all’inizio dalla Commissione, rappresenti un risultato che dimostra quanta importanza e centralità riconosciamo al settore”. Sul piatto, ha ricordato ancora Meloni, le tensioni internazionali per la cui soluzione l’Italia sta cercando di dare il suo contributo, la crisi dei fertilizzanti legata anche alla crisi dello stretto di Hormuz, e non solo. Ma il tema centrale, ha detto ancora il Presidente del Consiglio, è “il tema della sovranità alimentare come risorsa strategica alla quale l’Europa non può e non deve rinunciare. Guardatevi intorno. Noi per decenni abbiamo pensato di poter vivere comodi in un’Europa nella quale appaltavamo la sicurezza agli Stati Uniti, l’energia alla Russia, le materie prime alla Cina. Poi ci siamo dovuti svegliare e ci siamo svegliati in un mondo nel quale se tu non controlli le cose fondamentali dipendi da chiunque altro. E nel mondo di caos nel quale noi viviamo oggi non ce lo possiamo permettere. Quando qualcuno si permetteva di porre, molto tempo fa, e non negli ultimi mesi o negli ultimi anni, queste questioni, venivamo definiti degli autarchici, ci dicevano che noi volevamo isolare l’Italia, che volevamo isolare l’Europa. Volevamo semplicemente che l’Italia e l’Europa potessero continuare ad avere la forza che è propria delle grandi potenze, e quella forza dipende dalla capacità che si ha di controllare quello che è fondamentale in termini di sovranità. Allora servono visione e investimenti, è necessario rafforzare i nostri sistemi produttivi renderli sempre più resilienti occorre aprire nuovi mercati senza però dimenticare le adeguate tutele il principio di reciprocità che abbiamo fatto valere e che continuiamo a far valere. È stato anche oggetto delle nostre trattative per quello che riguardava l’annoso dibattito relativo al Mercosur, per esempio il principio di reciprocità che deve essere attuato concretamente, deve essere accompagnato da un livello adeguato di controlli doganali sui prodotti di importazione, anche su questo saremo molto determinati e molto fermi. Quindi caro Presidente Giansanti, cari amici - ha concluso Giorgia Meloni - chiaramente noi viviamo dei tempi che non sono semplici, particolarmente per chi produce. Ma state sicuri che non lo sono neanche per chi Governa. Sono tempi molto imprevedibili. Però quando si vive in tempi come questo, io penso che le poche certezze che si hanno diventino ancora più importanti, e l’agricoltura per la nostra Nazione è certamente una di quelle certezze. Il settore ha dimostrato anche in questo frangente una resilienza, una capacità di adattamento, che hanno dello straordinario. È stato chiaramente possibile grazie alla tradizione che vantiamo, certo, ma anche grazie alla tenacia, all’orgoglio alla creatività, che voi imprenditori insieme ai lavoratori avete dimostrato. Allora io devo dirvi anche grazie a nome dell’Italia, devo dirvi grazie per non aver avuto paura, o comunque per non aver consentito alla paura di prendere il sopravvento. Grazie per aver continuato a macinare risultati che erano risultati per questa Nazione, e per averle consentito di attraversare a testa alta anche una faase complessa come questa. Chiaramente dal canto nostro noi continueremo a lavorare per dirvi grazie, non tanto a parole ma soprattutto attraverso i fatti, cioè con strumenti concreti di supporto. Faremo la nostra parte come l’abbiamo fatta finora, con costanza, con determinazione, e con l’umiltà anche di chi sa di non avere in tasca sempre le risposte a qualsiasi problema, e sa che per costruire risposte efficaci deve sapersi confrontare con chi quella realtà la vive ogni giorno. Per quello che riguarda me e noi, ci basta sapere che continuerete ad esserci, perché l’agricoltura è identità, è cultura, è produzione di cibo di qualità, è strumento di solidarietà, è coesione territoriale, è fonte di energia pulita, è innovazione al servizio della responsabilità e della sostenibilità. E finché ci sarà chi semina, chi coltiva, chi raccoglie, chi custodisce e chi innova, allora ci saranno anche un’Italia, e in fin dei conti perfino un’Europa, capaci, nonostante tutto, di guardare al futuro con speranza e con ottimismo. Grazie davvero per il vostro lavoro grazie per i miracoli che avete regalato a questa Nazione, grazie per la vostra franchezza, grazie per il lavoro che continueremo a fare insieme”.
Focus - La relazione del presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, a “L’Agricoltura, Il Futuro”
“Alcuni mesi fa riflettendo con la Giunta di Confagricoltura, ma anche con tanti imprenditori agricoli italiani ed europei, ci siamo accorti che era necessario, per il nostro mondo che come vedremo più avanti non è solo il nostro, avviare una riflessione ampia e slegata dalla contingenza. E’ nata così l’idea di coinvolgere l’Università Bocconi perché ci aiutasse a riflettere sul futuro dell’agricoltura che, come vedremo è anche il futuro del mondo. Viviamo un momento di discontinuità storica. Non è una crisi come le altre - non è una recessione ciclica, non è una correzione di mercato. È una rottura di paradigma. Le certezze su cui abbiamo costruito l’economia globale degli ultimi trent’anni stanno cedendo una dopo l’altra. La globalizzazione che sembrava irreversibile si sta frammentando in blocchi geopolitici contrapposti. Le catene di fornitura che sembravano efficienti si sono rivelate fragili al primo shock sistemico. L’energia che sembrava abbondante e a basso costo è diventata una variabile strategica, oggetto di contesa tra grandi potenze.A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: perché Confagricoltura ha scelto di affrontare questi temi insieme all’Università Bocconi? La risposta è semplice, e per me è una convinzione profonda. I problemi complessi non si risolvono restando dentro i propri confini disciplinari o settoriali. Si risolvono abbattendo quei confini. L’agricoltura ha bisogno della competenza economica e finanziaria della Bocconi per tradurre le sue sfide in linguaggio che i mercati e la politica industriale capiscano. La Bocconi ha bisogno della concretezza e della radicalità territoriale di Confagricoltura per non perdere il contatto con la realtà di chi produce, di chi rischia, di chi ogni mattina decide se e cosa seminare. Insieme possiamo fare una cosa che separati non riusciremmo a fare: costruire una visione credibile, fondata sui dati e sull’esperienza, che parli contemporaneamente al mondo dell’impresa, della finanza, delle istituzioni e della politica. È esattamente quello che abbiamo provato a fare in questi due giorni. Ed è quello che vogliamo continuare a fare nei prossimi anni - perché questo non è un convegno, è l’inizio di un percorso. Nel 1977, il compianto ministro Giovanni Marcora, dotò il Paese della “Legge Quadrifoglio” dando risposta alle esigenze di un comparto agricolo in profondo mutamento. Vennero posti alcuni obiettivi di lungo termine ancora strettamente attuali. Cinquant’anni dopo crediamo necessario dare al Paese una nuova visione lunga e di respiro. L’obiettivo che Confagricoltura, la più antica e autorevole Confederazione, si pone con questo evento è quello di dotare il Paese di un “Piano Strategico dell’Agricoltura” da qui al 2050 che non è così lontano. Sono solo 24 anni. Una riflessione ampia, importante sviluppata con l’Università attraverso nove tavoli tematici che hanno riguardato la sovranità alimentare, la transizione energetica, l’innovazione e la digitalizzazione, la gestione strategica dell’azienda, la finanza, il credito e gli investimenti, le competenze e le generazione future, la coesione e le aree interne, nuovi stili di consumo, la governance istituzionale dell’agricoltura e la rappresentanza, che hanno visto impegnati i maggiori esperti di ogni singolo tema e rappresenta la naturale evoluzione di un confronto che da sempre orienta la nostra azione con le istituzioni e con il mondo politico ed economico italiano, in una prospettiva costruttiva per il settore primario e per l’intero Paese. Il lavoro dei tavoli tematici una volta ultimato costituirà il fondamento del “Manifesto dell’Agricoltura”, che definirà la visione, i principi, le azioni strategiche. Non sarà un documento di categoria. Non sarà una lista di richieste. Sarà una proposta di sistema - organica, ambiziosa, fondata su dati e su visione - che consegneremo al Governo, al Parlamento, alla Fai e a tutti gli enti e associazioni interessati, alle istituzioni italiane ed europee, come contributo al dibattito sulla PAC post-2027, sulla transizione energetica, sulla competitività industriale dell’Europa. Sarà patrimonio del Paese. Perché questa è la storia di Confagricoltura che da oltre 100 anni coltiva l’Italia nell’interesse del Paese. Una associazione aperta con lo sguardo rivolto sempre alla ricerca, all’approfondimento, al futuro. “L’uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti.” È una citazione tratta da Furore, forse l’opera più celebre di John Steinbeck. L’essere umano, per natura, tende alla consuetudine: ripete gesti, percorre gli stessi tragitti, frequenta i medesimi luoghi, si affida alla sicurezza di ciò che conosce. La routine rassicura, offre stabilità, riduce l’incertezza. Ed è forse proprio questa inclinazione che ci porta, troppo spesso, a smettere di porci la domanda più importante: perché? Ci soffermiamo sul quanto, sul come, talvolta sul quale. Ma raramente sul perché. Eppure, ogni giorno compiamo uno degli atti più essenziali e profondi dell’esistenza senza interrogarci davvero: mangiare. Da qui inizia il nostro percorso. Da un gesto semplice, quotidiano, apparentemente scontato, che in realtà racchiude una delle questioni più decisive del nostro tempo: l’approvvigionamento alimentare, la solidità delle filiere, la sostenibilità ambientale, l’equilibrio sociale, la competitività economica. In una parola: il futuro. Il settore primario nasce con una missione precisa e universale: garantire il fabbisogno alimentare dei popoli, assicurando al tempo stesso dignità economica a chi produce quel cibo. Contrastare la fame ha significato, per secoli, garantire pace sociale, stabilità istituzionale e sicurezza collettiva. Dove manca il cibo, si incrina la convivenza civile; dove l’agricoltura è forte, si rafforza la democrazia. Oggi questo principio è ancora più vero. Il cibo è tornato a essere una risorsa strategica. Le crisi geopolitiche, le guerre, le tensioni commerciali, gli shock logistici, la volatilità dei mercati e la crescente competizione globale ci ricordano ogni giorno quanto sia fragile il sistema alimentare internazionale. Chi controlla le catene alimentari controlla qualcosa di più potente di qualsiasi arsenale: la capacità di nutrire - o affamare - intere popolazioni. Non è una metafora. È quello che abbiamo visto accadere davanti ai nostri occhi. La Russia ha usato il grano ucraino come arma nel conflitto più grande che l’Europa abbia vissuto dalla Seconda Guerra Mondiale. La Cina ha acquistato silenziosamente quote crescenti di terra agricola in Africa, in Sud America, in Asia centrale - non per sfamare il suo popolo oggi, ma per garantirsi la sicurezza alimentare dei prossimi decenni. Gli Stati Uniti proteggono la loro agricoltura con strumenti che in Europa chiameremmo protezionismo, senza alcuna vergogna e con grande efficacia. Nel frattempo, l’Europa continua a trattare l’agricoltura come un capitolo di spesa da giustificare davanti ai contribuenti. Come un settore da regolamentare, da sussidiare, da proteggere – non come un asset strategico da governare con visione. Comprendere la geopolitica del cibo significa comprendere i nuovi equilibri del potere globale. Un Paese che rinuncia alla propria capacità produttiva agricola diventa più debole non soltanto sul piano economico, ma anche su quello istituzionale e sociale. Un territorio senza agricoltura è un territorio più esposto, più vulnerabile, meno libero. Ecco perché l’autosufficienza alimentare non è un concetto ideologico, ma una priorità strategica. Negli ultimi anni il tema della sovranità alimentare ha assunto una rilevanza crescente anche all’interno dell’Unione Europea. Italia e Francia hanno inserito esplicitamente questa dimensione nella denominazione dei rispettivi Ministeri dell’Agricoltura, ma oggi il tema è entrato progressivamente anche nel lessico comunitario. Non si tratta di chiusura, né di protezionismo. Si tratta di responsabilità. La Politica Agricola Comune, e lo dico da Presidente degli agricoltori europei, deve continuare a essere il pilastro della competitività europea, ma deve anche riconoscere che la capacità di produrre cibo in autonomia rappresenta una garanzia di stabilità politica, indipendenza economica e sicurezza nazionale. Abbiamo davanti tre grandi direttrici: geopolitica, energia e sostenibilità. Sul fronte geopolitico, la guerra in Ucraina ci ha mostrato con chiarezza come il cibo possa essere utilizzato come arma strategica. Russia e Mar Nero rappresentano snodi essenziali per i mercati agricoli mondiali. Le crisi, tuttavia, possono anche diventare occasioni di cambiamento. L’Europa produce il 17% del Pil agroalimentare mondiale. È la prima potenza agroalimentare del pianeta per qualità, per diversità, per patrimonio di conoscenza e tradizione. Eppure, dipende dall’estero per quote crescenti di input strategici - fertilizzanti, proteine vegetali, energia. Questa non è una statistica agricola. È una vulnerabilità di sistema. Il primo nodo è la dipendenza energetica. L’agricoltura europea può e deve diventare protagonista della transizione energetica - non solo come consumatrice di energia rinnovabile, ma come produttrice. Il biometano, l’agrivoltaico, le colture energetiche sono già oggi una risposta concreta alla dipendenza dal gas russo. Il secondo nodo è quello infrastrutturale. La competitività delle nostre filiere sui mercati globali dipende dalla qualità delle infrastrutture fisiche e digitali che le connettono. Porti, ferrovie, corridoi logistici, connettività digitale nelle aree rurali - sono il sistema nervoso dell’agricoltura moderna. Il terzo nodo è quello tecnologico. L’intelligenza artificiale, la precision farming, la digitalizzazione delle filiere stanno trasformando il settore primario più velocemente di quanto le istituzioni riescano a stare al passo. Chi coglie questa trasformazione con la giusta visione strategica non solo sopravvive - guadagna competitività in modo strutturale. In questo quadro, l’agricoltura assume un ruolo che supera la dimensione produttiva: diventa presidio civico, infrastruttura democratica, elemento di coesione territoriale. E lo stesso vale per l’energia. Guardando agli effetti delle crisi internazionali e alle tensioni che oggi attraversano anche il Golfo Persico, appare evidente quanto il tema energetico sia parte integrante della sicurezza nazionale. Il comparto agroalimentare italiano, grazie all’impegno di decine di migliaia di imprese, contribuisce già oggi in modo significativo alla produzione di energia rinnovabile del Paese. L’agricoltura produce circa l’11% dell’energia rinnovabile elettrica nazionale, attraverso 48 mila impianti, 5 GW di capacità installata e oltre 13 TWh di produzione. Non è un dato accessorio: è una leva strategica. Le agroenergie rappresentano uno degli strumenti più efficaci per accompagnare il Paese verso gli obiettivi di decarbonizzazione, rafforzando al tempo stesso la competitività delle imprese agricole e l’indipendenza energetica nazionale. Per Confagricoltura questo è da sempre un tema centrale. Lo testimonia il lavoro dell’Osservatorio sulle Agroenergie, sviluppato in collaborazione con Enel, e lo confermano i risultati delle imprese che hanno investito in innovazione, valorizzazione delle biomasse, gestione forestale ed economia circolare. Le aziende che hanno scelto questa strada mostrano migliori performance economiche e una maggiore resilienza. Il settore delle agroenergie connette in modo virtuoso agricoltura, ambiente ed energia. Riduce le emissioni, incrementa gli assorbimenti di carbonio, migliora la gestione delle risorse agroforestali e rafforza la sostenibilità economica delle imprese. Investire in questa direzione non è soltanto utile al comparto agricolo: è strategico per l’Italia. Arriviamo così alla terza direttrice: la sostenibilità. Per troppo tempo la sostenibilità è stata raccontata come un vincolo. Noi dobbiamo riportarla alla sua natura autentica: una condizione di permanenza, competitività e responsabilità. Non esiste sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica. Non esiste transizione ecologica senza imprese agricole solide. Non esiste tutela del territorio senza chi quel territorio lo vive, lo coltiva e lo custodisce ogni giorno. La sostenibilità vera è quella che tiene insieme produttività e tutela delle risorse, innovazione e redditività, scienza e pragmatismo. Significa agricoltura rigenerativa, uso efficiente dell’acqua, miglioramento genetico, tecnologie di precisione, ricerca applicata, valorizzazione del suolo come serbatoio di carbonio. Significa superare la contrapposizione sterile tra produzione e ambiente. La cura del territorio, della terra, come ebbe a dire il presidente Mattarella ad una nostra Assemblea, garantita dagli agricoltori migliora la salute degli ecosistemi, riduce il rischio idrogeologico e rende le aree rurali più resilienti rispetto a siccità e alluvioni. Sostenibilità significa anche salute pubblica. Mangiare non è soltanto soddisfare un bisogno primario: è un atto economico, sociale, culturale, ambientale e sanitario. Mangiare bene significa prevenzione. Una corretta alimentazione è uno dei più efficaci strumenti di welfare moderno, soprattutto in una società che invecchia. In Italia, la spesa per il welfare assorbe una quota enorme della spesa pubblica. Investire nella qualità alimentare significa ridurre i costi sanitari, migliorare la qualità della vita e rafforzare la sostenibilità del sistema sociale. L’agricoltura, dunque, non produce soltanto cibo. Produce salute, stabilità, energia, sicurezza, libertà. Mi rivolgo a chi viene dal mondo dell’economia e della finanza: guardate all’agricoltura con occhi nuovi. Non è un settore del passato, frammentato e sussidiato. È un sistema di imprese che sta vivendo una trasformazione tecnologica e strategica straordinaria, con potenziale di crescita e di rendimento che i mercati ancora sottovalutano. Siamo pronti a parlare la vostra lingua. A chi viene dal mondo della politica e delle istituzioni: vi chiediamo di cambiare la narrazione. L’agricoltura non è una voce di costo da ottimizzare. È un asset strategico da proteggere e sviluppare - con la stessa determinazione con cui l’Europa protegge la sua industria, la sua tecnologia, la sua difesa. La sicurezza alimentare è sicurezza nazionale. Trattatela come tale. A chi viene dal mondo dell’impresa agricola: il messaggio che portiamo da questi due giorni è che non siamo soli. Ci sono alleati nei luoghi più inaspettati - nelle aule universitarie, nelle sale dei consigli di amministrazione, nei palazzi delle istituzioni europee - che hanno capito la posta in gioco. Il nostro compito è costruire con loro una coalizione capace di cambiare davvero le cose. La sfida si gioca almeno su due fronti: innovazione e diritti. Innovare significa fare di più con meno, diversificare anziché omologare, seguire la scienza e non l’ideologia. Sul piano dei diritti, occorre riaffermare con forza un principio troppo spesso dimenticato: il diritto al cibo come diritto umano fondamentale. Non una formula astratta, ma una responsabilità concreta. In un contesto così mutevole e complesso, dobbiamo porci una domanda essenziale: cosa accadrebbe se ciò che oggi diamo per scontato improvvisamente venisse meno? Se si interrompessero le filiere? Se si fermassero le fonti primarie? Se venisse meno la disponibilità del cibo? siamo così pronti a progettare il futuro, ma così poco disposti a immaginare la rottura degli equilibri che lo rendono possibile? Le risposte possono essere molte. Ma una consapevolezza ci unisce oggi, in questa sala: non possiamo avere paura del presente. L’agricoltore, per sua natura, è programmato per guardare avanti. Semina oggi sapendo che il raccolto appartiene al domani. Nonostante le incertezze, i conflitti, le crisi climatiche e le fragilità economiche, una sola cosa ha costruito il nostro passato e continua a rendere possibile il nostro futuro: l’agricoltura. La democrazia si difende anche così. Partendo dalle campagne. Dalla terra. Dal lavoro. Dalla libertà di produrre. E noi, come Confagricoltura, siamo sempre da quella parte. Insieme.
Massimiliano Giansanti - Presidente Confagricoltura
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