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Larepubblica

Vinitaly di Verona: nel segno della riscoperta delle uve autoctone. Basta con i vini troppo perfetti in cantina si torna all’antico … Beviamo meno, beviamo meglio. A metà tra l’esportazione e il riscontro statistico, il vino scopre domani le nuove coordinate del suo futuro. L’apertura del Vinitaly numero 38, infatti, oscilla ardentemente tra depressione e riscoperta. Da una parte i numeri dell’esportazione, precipitati a meno 16% rispetto all’anno precedente, figli della cattiva congiuntura internazionale, ma anche di un malinteso senso di onnipotenza che ha ammorbato il settore negli ultimi dieci anni. Dall’altra, il sollievo per la crescita “culturale” dei consumi, che la Nielsen qualifica in un corposo più 22%; se è vero che non arriviamo più a toccare quota 50 litri anno pro capite, abbiamo imparato a scegliere in base alla bontà di gusto e disciplinare di produzione. Bere tanto per fare, insomma non ci basta più. La doppia lettura degli ultimi numeri del vino ha effetti diversi anche sui vignaioli, tra grande azienda in crisi di identità e strategia, e piccole realtà in evoluzione entusiasta. Lontanissimi i tempo della Grande Crisi seguita alla tragedia del metanolo, la qualità è diventata un agente mutageno: vini non contraffatti ma costruiti, progettati come creazioni di design, pesati con il bilancino del farmacista, realizzati senza risparmio di tecnologia, venduti come oggetti di culto.
Il tutto, calpestando spesso e volentieri naturalità, rapporto con il territorio, rispetto dei tempo e dei modi della vita della vigna, protezione e valorizzazione delle uve autoctone (ovvero, non importate, ma caratteristiche della zona). Contava solo stare sul mercato in prima fila, vendendo a caro prezzo etichette non sempre meravigliose, ma comunque terribilmente di moda: le bottiglie di preziosissimo nettare enologico raggiungibili solo se accompagnate da sei casse di vino di serie B, altre acquistabili solo all’estero. Oggi, gli stessi agenti e gli stessi venditori tempestano di telefonate i clienti proponendo gli stessi vini a condizioni superfavorevoli. E se non fanno sconti “ufficiali”, reintegrano con la mano destra quanto incassano con la sinistra con buoni acquisto per la prossima stagione. In compenso, sta emergendo una nuova fascia di vignaioli “eticamente corretti” che poco dispensano a livello di pubblicità e di marketing ma vantano un’attenzione ossessiva per la conservazione delle uve più antiche, per tecniche di coltivazione soft, con modalità spesso vicine alla biodinamica, ovvero niente chimica, né in vigna né in cantina, e recupero dei metodi di lavoro naturali. Anche a costo di cedere qualche cosa nell’aggettivazione corrente dei vini meno “ruffiani” e “muscolari”, più autentici e sani. Il Vinitaly cammina su questo bilico, e noi consumatori in scia. Dobbiamo capire se il nostro palato è troppo viziato da vini indistinguibili e “perfetti” – rotondi, morbidi, corposi – per apprezzare anche le imperfezioni – che sono altra cosa dai difetti, quelli sempre da condannare – di un vino particolare e riconoscibilissimo. Dal Refosco alla Malvasia, è tutto un fiorire di nuove etichette a prezzi accettabili e di gusto delizioso. Si tratta quasi sempre di vitigni che hanno fatto la storia della viticoltura e che sono stati poi abbandonati in favore di uve più “facili”, ovvero con rese più alte, meno vincolate alle caratteristiche pediclimatiche (il legame con clima e tipologia di terreno) delle zone vitate. A tenerli in vita, solo il lavoro cocciuto di chi non ha mai smesso di coltivarli, cedendo alle lusinghe di produzioni più remunerative. Insieme a loro, vecchi cloni mai tramontati, corrono questi “internazionali” - dal Merlot a Sauvignon - che sono ancora capaci di farsi portavoci di un territorio e non semplici griffe senza dimora. E’ la vittoria della globalizzazione etica. E merita un bel brindisi.

L’intervista

Fabrizio Niccolini, vignaiolo: “Bottiglie di qualità senza uso di chimica ecco la vera sfida”

Il toscano Fabrizio Niccolaini è uno dei produttori-culto della nuova ondata di vignaioli “responsabili”. Insieme ai più bei nomi dell’enologia biodinamica mondiale, animerà le due giorni di “Vini veri”, in programma domenica e lunedì a Montebello, a pochi km dalla Fiera-madre. Una Fiera concorrente? “Nemmeno per idea. VInitaly è un grandissimo appuntamento, noi siamo un piccolo gruppo che ha bisogno di riconoscersi e contarsi. Abbiamo invitato i dirigenti della Veronafiere alla nostra manifestazione, in un clima di grande rispetto. E’ che in questo momento abbiamo delle esigenze diverse”. Non siete i soli: Luigi Veronelli guiderà qui nei prossimi giorni la seconda edizione di “Critical Wine”. “Mi sembra un buon segnale. Vuol dire che il nostro mondo è in fermento, che si stanno confrontando idee diverse per migliorare il mondo del vino. Sia noi che il gruppo di “Critical Wine” si cerca di affermare un modo più concreto di lavorare la terra e fare il vino. E con noi, tanti altri viticoltori in girono per il mondo”. Siete un gruppo chiuso? “Al contrario, siamo super aperti a chi vuole aderire. Basta rispetti le nostre regole, che sono poi le stesse stabilite dai vignaioli francesi guidati da Nicolasjoly, un vero maestro”. Per esempio? “Siamo contrari all’uso della chimica. Chi lavora in campagna sa che si può fare a meno di certe scorciatoie. Che rovinano la terra e la nostra salute. Se curi bene la campagna, l’uva viene su bene. E se non fai bischerate in cantina, da una grande uva vien fuori un gran bel vino”. Fulvio Pierangelini (miglior chef italiano insieme a Vissani secondo la guida dell’Espresso) ha i suoi vini in carta. “Questo per me è un onore. L’attenzione dei grandi ristoratori ci conforta nelle nostre scelte. Che non sono facili. Ma quando ci si crede, è giusto andare dritti per la propria strada. Anche in cantina.

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