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MERCATI

Le commodity agricole alla prova dei mercati dopo la pandemia: vince la volatilità dei prezzi

International Grains Council Conference 2021: il peso di dazi all’export, logistica, meteo sfavorevole, speculazione finanziaria. Guida la Cina
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Le materie prime agricole alla prova dei mercati dopo la pandemia

Ripartenza, dazi all’export, logistica, meteo sfavorevole, speculazione finanziaria, sono alcune delle cause della volatilità dei prezzi delle commodity agricole, tema al centro dell’International Grains Council Conference 2021, cui hanno partecipato 400 delegati provenienti da tutto il mondo, compresa l’italiana Areté, società di analisi economiche e business intelligence specializzata sull’agrifood. Le tensioni di prezzo e la forte volatilità riguardano tuttavia un ventaglio più ampio di mercati, dagli oli vegetali allo zucchero al caffè. Ma ci sono anche mercati (fra cui la frutta secca e le uova) che non hanno subito sbalzi significativi, potrebbero rivelarsi bombe ad orologeria nei prossimi mesi. Il consumo della pasta, dopo i picchi del 2020 causati dalla pandemia, è destinato a tornare ai livelli pre-Covid.

Dopo un anno e mezzo di pandemia, non ancora del tutto alle spalle, si sta assistendo alla ripartenza della domanda globale, e a guidare è sicuramente la Cina. Nel primo trimestre 2021, come spiega l’analisi di Areté, Pechino ha acquistato all’estero (in gran parte dagli Usa con la risoluzione della guerra dei dazi) 6,7 milioni di tonnellate di mais, più del quintuplo rispetto allo stesso periodo del 2020. Il boom si spiega con le carenze che si stanno verificando sul mercato domestico: le scorte strategiche sono esaurite, proprio mentre la domanda è tornata a decollare grazie all’ormai completa ricostituzione degli allevamenti di maiali dopo la febbre suina. La Cina ha anche raddoppiato le importazioni di grano e ovviamente ha aumentato anche quelle di semi di soia. In ripresa anche i consumi in Europa ed Usa, complici le campagne vaccinali e l’allentamento delle misure di restrizione. Domanda delle commodity maggiormente legate al consumo out of house (come mandorle, anacardi, zucchero, pistacchi) in leggero recupero. Non ancora evidente la ripartenza dei consumi su alcuni mercati (cacao, nocciole, uova, caffè), ma la svolta potrebbe essere vicina.
D’altra parte permangono alcuni effetti della pandemia che rallentano o limitano l’offerta, per la carenza di manodopera e per i rallentamenti degli impianti di produzione e trasformazione. A questo si è spesso aggiunto un meteo sfavorevole in aree chiave di produzione
, come la siccità in Brasile (soia, mais, caffè, zucchero), i tifoni nelle Filippine (cocco), la primavera tardiva in Europa (latte e derivati, zucchero). Gli stock non sono risultati più adeguati al contesto internazionale di ripresa, alimentando le tensioni di prezzo.
Altri impedimenti importanti sono legati alla logistica del commercio internazionale, con prezzi dei noli oceanici tornati ai picchi del 2014.
Il trasporto su container e alla rinfusa è sempre più oneroso a causa soprattutto del boom delle importazioni cinesi di materie prime come minerale di ferro, carbone e soia, ma anche della ripartenza dell’export cinese. L’incidente avvenuto nel canale di Suez e i rallentamenti al porto cinese di Yantian, hano peggiorato la situazione, mostrando la delicatezza del sistema logistico su cui poggia il commercio internazionale. Il Baltic Dry Index è tornato a superare 2mila punti, in rialzo di quasi il 60% da inizio 2021 e di oltre il 200% rispetto maggio 2020, quando in piena emergenza Covid l’indice era crollato ai minimi da 4 anni.
Da sottolineare anche le policy come dazi all’export su seme e olio di girasole dalla Russia, o sulla palma dalla Malesya. Inoltre, la svalutazione del dollaro rispetto alle valute “deboli” sta rappresentando un ulteriore disincentivo all’esportazione (ad esempio rispetto al Real brasiliano). All’aumento di domanda e al calo dell’offerta si è andata a sommare la speculazione finanziaria sui mercati agroindustriali.
Nonostante i prezzi record l’esposizione rialzista dei fondi continua a crescere e la massa di investimenti in gestione è addirittura ai massimi storici. I fondi da mesi sono esposti al rialzo sul comparto agricolo, con quasi tutta la potenza di fuoco sul mais. Sul mercato finanziario di Chicago, le posizioni nette lunghe sono ai massimi da 11 anni.
I prezzi dello zucchero internazionale sono ai massimi dal 2017, e pesa anche l’effetto traino del mais. Il caffè risente delle scarse produzioni brasiliane di arabica e sta aumentando dopo un biennio di prezzi bassi. Sul cacao pesano ancora le restrizioni, i prezzi sono ancora bassi, ma la volatilità è tanta
con swing di oltre 200-300 sterline alla tonnellata in una settimana. Per le uova, il mercato ha ancora prezzi molto bassi, ma il costo del mangime è molto alto e potrebbe spingere rapidamente i prezzi al rialzo.
Sul mercato interno le tensioni di prezzo si sono scaricate in maniera diretta per tutte le principali materie prime quotate sulle piazze nazionali.
Per il comparto dei cereali e della soia, i prezzi sono ai massimi storici. Il mais da settembre 2020 a giugno 2021, in circa 8 mesi, è aumentato di quasi il 60% raggiungendo livelli di prezzo che non venivano registrati dal 2012. Il frumento tenero dai minimi di luglio 2020 è aumentato di oltre il 30%, superando la soglia dei 240 euro alla tonnellata, cosa che non succedeva dal 2013. La soia è cresciuta da ottobre 2020 a giugno 2021, in appena 8 mesi, di oltre l’80%. In questo caso sono prezzi superiori di oltre il 30% rispetto al picco massimo registrato negli ultimi 10 anni.
Anche il frumento duro si conferma a prezzi elevati, superiori ai 300 euro alla tonnellata (+12% da ottobre 2020) siamo ben lontani dai picchi massimi raggiunti nel 2014 (circa 400 euro alla tonnellata) e nel 2008 (oltre i 500 euro alla tonnellata). Volatilità ed alti prezzi delle materie prime significano sia difficoltà per i trasformatori di materie prime in prodotti alimentari di difendere i propri margini che, inevitabilmente, anche aumenti di prezzo al consumo dei prodotti finiti, come confermato dall’acceso dibattito legato ai timori di un aumento tendenziale dell’inflazione dovuto proprio a questo fenomeno. Se da un lato il trend lato prezzi è generalizzato, nel caso del food questo fenomeno si è accompagnato anche ad una focalizzazione dei consumatori su prodotti di maggior qualità, con tracciamento dell’origine delle materie prime.
Il caso della pasta è uno di quelli dove la crescente attenzione al 100% made in Italy sia per la produzione della pasta che per l’origine del grano duro è stata particolarmente evidente. Questa attenzione si è accompagnata anche ad una crescente attenzione verso brand di nicchia, formati speciali e prodotti di qualità. Questi trend si sono innestati in un 2020 che ha visto consumi molto forti di pasta in concomitanza col lockdown, con aumenti della produzione dell’11% sull’anno precedente nonostante i blocchi e le restrizioni del settore horeca. Il dato annuale, tuttavia, nasconde la forte domanda che, nelle settimane di maggior preoccupazione per il dilagare della pandemia fra marzo ed aprile 2020 ha raggiunto aumenti del +40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per contro, il 2021 è previsto tornare ai livelli pre-Covid, ovvero in linea con i dati del 2019.

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