“Le viti a piede franco costituiscono un patrimonio inestimabile, sia dal punto di vista storico, sociale e paesaggistico che per la ricchezza di biodiversità. Biodiversità che può avere anche un risvolto pratico nella soluzione dei problemi legati ai cambiamenti climatici e alla variazione del gusto del consumatore. I paesaggi del piede franco con la loro straordinaria bellezza e unicità possono essere il volano di interesse per i nuovi consumatori sempre più esigenti e attenti al legame stretto tra vino territorio e tradizioni”. Queste, in sintesi, le ragioni enunciate da Mariano Murru, presidente Assoenologi Sardegna e delegato del Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco, che rendono la “custodia” dei vigneti a piede franco necessaria e urgente.
La fillossera, arrivata da Oltreoceano in Europa nel 1863, è stata responsabile della distruzione della viticoltura del Vecchio Continente, che si è “ricostituita” con l’uso di portinnesti di viti americane resistenti al parassita. Le viti a piede franco, in vigneti anche più che centenari, hanno resistito alla fillossera potendo mantenere indenni le proprie radici di vite europea (Vitis vinifera) grazie a terreni sabbiosi, vulcanici e ad alte quote che caratterizzano le aree dove insistono tuttora che impediscono all’insetto di sopravvivere o di completare il suo ciclo vitale. In Italia è la Sardegna ad avere la superficie maggiore di vigneti “a piede franco” con oltre 430 ettari, mentre gli ettari totali italiani non sono noti, anche perché molti di questi vigneti non sono censiti, ma sono presenti laddove le condizioni sono adatte e la viticoltura “moderna” non li ha sostituiti.
Nel gennaio 2025 da Napoli è stato lanciato il progetto internazionale per ottenere il riconoscimento Unesco per l’unicità di questo patrimonio in occasione dell’evento organizzato dal Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco in collaborazione con l’associazione francese Franc de Pied. Un progetto importante, anche perché è sostenuto da una rete internazionale di produttori, ricercatori, enologi e sommelier di molti Paesi, tra cui Francia, Spagna, Svizzera, Grecia, Turchia, Argentina, e di diverse regioni italiane, come Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino, Lazio, Basilicata e Campania. A Vinitaly 2025 in un convegno, organizzato da Laore Sardegna con il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, è stata illustrata l’attività di monitoraggio e caratterizzazione dei vigneti sardi a piede franco. In ottobre è stato il Trentino, alla Casa del Vino di Isera, a richiamare ancora l’attenzione su questi vigneti, a rischio di “estinzione” con gli interventi di Silvano Ceolin, presidente Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco, e di Murru.
“Stiamo portando avanti questa “crociata” con Silvano Ceolin e altri amici, ma anche con tanti produttori, enologi, agronomi in tutta Italia che stanno sposando la causa perché si rendono conto che si sta perdendo un patrimonio importantissimo per tutti - spiega, a WineNews, Mariano Murru - ci battiamo perché la tradizione delle vigne prefillosera venga mantenuta nei Paesi dove si trova storicamente e viene portata avanti da secoli perché ci sono le condizioni ideali per poterlo fare. Sarebbe veramente un peccato perdere la biodiversità di queste vecchie vigne perché ci sono tantissimi biotipi e vitigni anche minori, meno conosciuti, che potrebbero rispondere agli eventi estremi indotti dal cambiamento climatico e produrre vini con tenore alcolico più contenuto e anche “nuovi” per andare incontro alle esigenze di mercato. Preservarli è fondamentale a tutela del legame forte di un territorio con la sua storia anche viticola: una volta scomparsi più nulla si può fare se non adeguarsi alle varietà e ai materiali genetici esistenti. Questi vigneti stanno venendo a mancare perché poco redditizi e, dunque, vengono abbandonati”.
Molto diffuso è, infatti, il loro abbandono come conseguenza della scarsa produttività e degli elevati costi di gestione: nell’Isola di Sant’Antioco dove si concentra la maggior parte di vigneti franchi di piede in Sardegna è rimasto solo il 10% di quelli che esistevano 30-40 anni fa. Lo stesso Murru ha “adottato” alcuni vigneti abbandonati di circa 90 anni dove ha fatto la vendemmia con un gruppo di giovani rimasti affascinati dalla possibilità di assaggiare tantissime tipologie di uva diverse. “Per loro è stata una scoperta incredibile - racconta - sono stati portati dentro il mondo dell’enologo che immagina dal gusto dell’uva matura quale sarà il vino in un’esperienza che può diventare una particolare forma di enoturismo”.
Inserire i vigneti centenari franchi di piede in circuiti enoturistici potrebbe essere un aiuto per non perderli definitivamente. Tuttavia altri strumenti sarebbero efficaci subito. “Oltre alla valorizzazione dei loro vini - spiega Murru - un passo importante sarebbe farli rientrare in modo chiaro nella categoria dei vigneti storici e/o eroici prevista dal Testo Unico del Vino e tra quelle attività riconosciute e finanziate, quali i servizi ecosistemici per la conservazione della biodiversità e del paesaggio”. Diversi gli ostacoli normativi, burocratici e tecnici che i vigneti franchi di piede incontrano per soddisfare le condizioni poste dall’art. 7 del Testo Unico del vino (Legge n. 238/2016). Circa la “storicità” molti vigneti a piede franco sopravvissuti mancano di registri catastali o foto aeree storiche che ne attestino con precisione l’età provandone l’impianto prima del 1960, data fissata dalla legge. A volte questi vigneti non rientrano nelle produzioni Dop e Igp, magari perché costituiti con varietà reliquia o autoctone non sempre incluse nei disciplinari di produzione e inoltre può essere difficile dimostrarne il “particolare pregio storico e ambientale” richiesto dalla legge. Le regioni, competenti per l’istituzione e la gestione degli elenchi dei vigneti storici, adottano criteri differenti, oltre al rispetto del vincolo di conservazione integrale della struttura storica che ne impedisce l’ammodernamento. Circa l’“eroicità”, trovandosi molti vigneti a piede franco su terreni sabbiosi in pianura non soddisfano i criteri di pendenza o altitudine richiesti. A questi si aggiunge l’esigua superficie delle parcelle frequentemente sotto il minimo previsto per l’accesso ai finanziamenti.
Dal passato al futuro: l’impianto di nuove viti franche di piede è vietato nell’Unione Europea per proteggere i vigneti esistenti dal rischio di attacchi di fillossera. Tuttavia sono previste deroghe per aree specifiche con terreni sabbiosi, vulcanici e di alta quota. In deroga, per esempio, sono alcune isole del Mediterraneo come Santorini, dove piantare viti senza portinnesto è pratica tradizionale e prevalente, Pantelleria, dove tuttavia la tradizione non è più diffusa. In Italia la Sardegna è l’unica regione che, sotto la pressione dei viticoltori, in particolare dell’Isola di Sant’Antioco, ha legiferato sul tema, prevedendo deroghe all’obbligo di innesto per nuovi impianti a piede franco in terreni sabbiosi (con >60% sabbia), richiedendo un’analisi granulometrica del terreno e l’uso di materiale viticolo certificato esente da virus. Con il progetto “Caratterizzazione e Valorizzazione della Viticoltura di Montagna e delle Isole minori”, di Laore Sardegna con l’Università di Sassari, sono stati localizzati circa 350 ettari di vigneti a piede franco nelle due isole minori di Sant’Antioco e San Pietro. “Gli obiettivi futuri - conclude Mariano Murru - sono la realizzazione di un archivio geografico regionale della viticoltura franca di piede e un piano di selezione massale e clonale per Cannonau, Carignano e Vermentino sui materiali di queste viti, la definizione di linee guida per l’“attestazione” delle viti a piede franco e la caratterizzazione dei vini da esse prodotto”.
Clementina Palese
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