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L’espresso

Vuoi il Barolo? Vai a capo Horn ... Eccoci, puntuali, alle previsioni sull’annata del vino. Per quello piemontese è di rigore un sabbatico in navi cisterna che girano il mondo. I toscani bloccano la vendita del Brunello: la gente è troppo volgare per poterlo bere … Ed eccoci, come ogni anno, alle previsioni sull’annata enologica, settore dell’economia nazionale che tra coltivatori,
produttori, sommeliers, enoteche, giornalisti specializzati, gestori di wine-bar, imbottigliatori, bottai, architetti di cantine, intagliatori di tappi, impagliatori di fiaschi, soffiatori di bicchieri, ha ormai raggiunto i trenta milioni di addetti: la quasi totalità della popolazione occupata.

BAROLO Il nuovo protocollo, molto severo, prevede non solo un lungo periodo di stagionatura in botte, ma anche un anno sabbatico da trascorrere in apposite navi cisterna, completando il giro del mondo e aggiungendo grazie al rollio e al beccheggio nuovi profumi a un bouquet già ricchissimo (liquirizia, asfalto bagnato, cuoio macerato,piccione schiacciato). Chi volesse acquistare comunque un po’ di Barolo potrà appostarsi a Capo Horn verso la fine di ottobre: l’intera produzione dovrebbe transitare piùo meno in quel periodo.

TOSCANA I produttori di Brunello e dei rossi del Boigherese ormai non sanno più cosa inventarsi per alzare un livello di raffinatezza, classe, prestigio da anni irraggiungibile. “La sola mossa possibile”, spiega il duca Berardo della Berardesca, “sarebbe non mettere più in vendita i nostri vini, per far capire alla gente che, per quanto abbiente, è troppo volgare per poterli bere”. Ma i produttori toscani hanno molte spese: in ottobre devono rinnovare il parquet tra i filan, massaggiare i tralci, potare le piante con forbici al laser perché sono allergiche al metallo, cambiare i cingoli di panno lenci al trattore, allontanare i cinghiali con l’ipnosi perché il rumore degli spari traumatizza le viti. E dunque manterranno, sia pure controvoglia, i prezzi dell’anno scorso. Con l’aiuto del Monte dei Paschi che ha lanciato un apposito “mutuo del bevitore”.

PIROLINO Continua la ricerca e la valorizzazione di vitigni dimenticati. Dopo il pecorino e la passerina ecco il pirolino, un altro bianco abruzzese di carattere forte. Proviene da uve inselvatichite scoperte per caso nella boscaglia incolta di Montecapraccio. Si deve vendemmiare con guanti molto spessi perché ormai le uve di pirolino sono ibridate con il rovo e dunque molto spinose. Ma la famiglia dei bianchi abruzzesi dei quali nessuno aveva mai sentito parlare, tornati alla luce dopo secoli di oblio, potrebbe allargarsi ulteriormente: si cercano attivamente sulle pendici della Maiella, anche con l’aiuto dei cani, gli ultimi grappoli di pelosino, un’uva coperta da lanugine, e della poverina, un vitigno così povero che per ottenerne del vino bisogna spremere anche le foglie, i tralci, il tronco tntato e alcune zolle del terreno circostante.

VIN DEL CARBON Dopo il successo del vino del ghiaccio della valle di Susa, che si ottiene da acini congelati raccolti in dicembre da immigrati lapponi, ecco il “vin del carbon” delle valli trentine, proveniente da vigneti carbonizzati dopo incendi boschivi di particolare virulenza. Il vin del carbon ha profumi di antracite, lapilli e attizzatoio, ma soprattutto un forte retrogusto di garza e pomata antiustioni perché i grappoli devono essere raccolti ancora ardenti, e nei tini rimane inevitabilmente traccia delle medicazioni. Si deve bere rovente e si accompagna benissimo al celebre piatto trentino “urlo di Nani”, formaggio di malga fuso da bere direttamente dalla pietra incandescente.

NEGRAMARO Niente è più di moda del Sa lento, niente è più di moda della taranta, niente è più di moda del negramaro. Bere negramaro mentre si balla fino all’alba la taranta in una masseria del Salento, ecco il nuovo trend per i prossimi anni. Per non versare il vino mentre si balla, sono disponibili i caratteristici “mastelli grici”, enormi otri di provenienza tessalica che nelle danze rituali di tremila anni fa il bevitore trascinava con sé, senza mai fermarsi e senza mai sedersi. Nelle feste salentine questo rito antichissimo è destinato a rinnovarsi con grande successo, almeno fino a quando qualcuno si domanderà perché.

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