Nel 2025 più di mezzo miliardo di chili di olio straniero è arrivato in Italia, mettendo sotto pressione l’extravergine nazionale, facendo crollare i prezzi e aumentando il rischio di frodi in un mercato sempre più esposto a pratiche opache e concorrenza sleale. È il grido di allarme lanciato da Coldiretti, che denuncia una concorrenza al limite del sostenibile per l’olivicoltura italiana, con parte dell’industria che preferisce ricorrere a olio a basso costo, invece di puntare sull’eccellenza del made in Italy. Emblematico il caso della Tunisia, dalla quale nei primi 10 mesi 2025 gli arrivi sono cresciuti del +40% con prezzi attorno ai 3,5 euro al chilo, un dumping che costringe molti produttori italiani a vendere sotto i costi di produzione. Per questo, oltre 3.000 agricoltori si sono riuniti, oggi, all’Auditorium Parco della Musica a Roma dopo le proteste di Torino, Milano e Padova, in un percorso di mobilitazione che coinvolge più di 20.000 aziende.
Con il presidente Ettore Prandini, il segretario generale Vincenzo Gesmundo e il presidente regionale David Granieri, Coldiretti ha acceso i riflettori su un mercato dove l’invasione di olio estero esercita una pressione al ribasso strutturale sui prezzi e favorisce pratiche illegali. E, insieme a Unaprol, è stata allestita la mostra “L’attacco all’olio made in Italy”, che documenta casi di frodi e sofisticazioni: dall’olio extra Ue privo di controlli all’olio di semi colorato con clorofilla e venduto come extravergine, mentre nei porti italiani continuano a sbarcare prodotti low-cost che richiedono controlli immediati e rafforzati. Coldiretti sottolinea anche l’urgenza di una maggiore informazione ai consumatori, spesso ignari che il generico “olio di oliva” può essere frutto di processi industriali di rettifica che eliminano odori e difetti snaturando la qualità. A complicare il quadro è il tema dell’etichettatura, con la dicitura “Confezionato in Italia” in grande evidenza e l’origine reale relegata in caratteri minimi, un meccanismo che disorienta il consumatore e penalizza chi produce veramente in Italia, mentre i fondi recuperati dalla Pac saranno cruciali per rilanciare la produzione olivicola nazionale.
La questione non riguarda solo l’olio, ma anche le nocciole - avverte Coldiretti - altro simbolo dell’agroalimentare italiano: nonostante l’obbligo di indicare l’origine per quelle sgusciate, rimane opacità nei prodotti trasformati, proprio in un anno segnato da un raccolto nazionale in caduta fino all’80% in alcune aree e da un’impennata delle importazioni, con 81 milioni di chili arrivati dall’estero nei primi 10 mesi 2025, metà dei quali dalla Turchia, spesso sotto osservazione per aflatossine e violazioni dei diritti dei lavoratori.
Per Coldiretti olio e nocciole sono il simbolo di un problema più vasto: oggi solo il 3% dei prodotti extra Ue è sottoposto a controlli, un livello ritenuto inaccettabile. Da Roma arriva, così, la richiesta di un cambio di passo deciso: più controlli alle frontiere, obbligo di indicazione dell’origine su tutti gli alimenti in vendita nell’Ue e cancellazione della norma dell’“ultima trasformazione sostanziale” del codice doganale che permette di italianizzare prodotti stranieri con interventi minimi.
Rivendicazioni al centro anche delle proteste nel Nord Italia e che proseguiranno nei prossimi appuntamenti, a partire dalla Puglia, conclude l’associazione di categoria.
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