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Quante sfide in quel bicchiere ... Clienti attenti ai prezzi e nuovi player impongono altre idee... Dopo la gelata del 2009, il mercato mondiale del vino dà segni di ripresa. Ma sono ancora tante le incognite... Il 2009 è stato l’annus horribilis dell’industria enologica mondiale, e l’Italia non fa certo eccezione. I produttori italiani di punta hanno visto ridursi anche del 30-40% le vendite negli Stati Uniti, che nonostante l’irresistibile ascesa dei Bric resta comunque il mercato di riferimento. Il rafforzamento dell’euro nella prima metà dell’anno c’entra poco. La colpa è stata della crisi economica, che ha raggiunto la fase acuta nel primo trimestre del 2009. Insomma, un anno da dimenticare, e alla svelta, perché gli eventi incalzano. Anzitutto, le prospettive del settore sono migliorate. “A gennaio le importazioni di vino degli Usa sono cresciute del 5% rispetto allo stesso mese del 2009. Ma per l’Italia l’incremento è stato dell’8%”, riferisce Denis Pantini, responsabile del settore agrindustria di Nomisma. Nel frattempo i produttori d’Oltralpe hanno visto crollare le vendite di champagne. “Negli Usa la crisi ha indotto i consumatori a optare per lo spumante italiano, che vanta un favorevole rapporto qualità/prezzo”. Così se l’Italia ha sottratto alla Francia la leadership delle esportazioni di vino verso gli Stati Uniti, lo si deve soprattutto alle bollicine. Ma per i produttori italiani di qualità è presto per brindare. Alcune delle aree leader come il Chianti o Barolo sono in affanno. E nuove minacce si profilano all’orizzonte. Il repentino calo del reddito medio negli Usa e nel Regno Unito ha infatti reso molto più sensibili i consumatori al fattore prezzo. Ciò ha fatto sì che le grandi catene distributive, come Tesco in Gran Bretagna e Wal Mart negli Usa, nel 2009 abbiano molto aumentato l’imbottigliamento e la vendita sotto private label, acquistando il vino all’ingrosso soprattutto dai produttori australiani e cileni, che sono così riusciti a smaltire le scorte di invenduto, grazie anche ai dazi di importazione, alquanto più bassi sullo sfuso rispetto al prodotto imbottigliato. Un fiume di vino proveniente dall’emisfero australe si è così rovesciato sui mercati del nord riducendo in media i prezzi fra il 30 e il 35%. Non deve sorprendere quindi che, a fronte di un sensibile aumento dei volumi, l’export di vino italiano nel Regno Unito sia diminuito in valore. A questo va aggiunta la concorrenza agguerrita dei nuovi produttori, come l’Argentina, i cui prodotti si distinguono per il buon rapporto qualità/prezzo, tanto da aver conseguito nel 2009 il più alto incremento di export, sia in volume che in valore. Tra l’altro, la stessa collocazione geografica dei produttori argentini li mette in pole position per sfruttare l’ascesa del mercato brasiliano, fra pochi anni uno dei più importanti. In questo scenario, per gli italiani diventare più competitivi è imperativo. “Bisogna innovare il prodotto e ridurre i costi”, riconosce Rupert Dean, inglese, da tre settimane direttore marketing e vendite sull’estero della veronese Guerrieri Rizzardi, che punta molto su Stati Uniti e anche Asia. Innovare e ridurre i costi vuol dire investimenti. Tuttavia il settore vinicolo italiano è estremamente frammentato, al punto che i primi cinque produttore italiani per fatturato, come il Gruppo italiano vini, la Cavit, la Mezzacorona, la Campari e la Caviro, rappresentano solo il 25% delle esportazioni italiane. Studiare nuovi prodotti e processi produttivi più efficienti comporta notevoli spese che pochi, anche fra i produttori più quotati, possono permettersi con un fatturato che spesso si aggira intorno ad alcuni milioni di euro, e la crisi del credito tutt’altro che superata. Per questo un produttore come Feudi della Medusa ha preferito partire da una robusta base capitale, 12 milioni di euro, per sviluppare la struttura. Ecco anche perché c’è grande attesa per i fondi Ocm, che nel 2014 dovrebbero garantire un flusso di 100 milioni di euro l’anno. Si tratta degli ex aiuti alla distillazione delle eccedenze, che da quest’anno si sono trasformati in contributi alla promozione. Ma innovando il prodotto e riducendo i costi si rischia di impoverire l’azienda agricola fornitrice della materia prima. Le cantine infatti possono essere tentate di scaricare il calo dei prezzi sui viticoltori, compromettendone la redditività. A lungo termine, può risentirne la qualità media anche di vini prestigiosi. Anche per questo i produttori guardano con timore alla liberalizzazione, voluta da Bruxelles, dei diritti d’impianto, a partire dal 2015. Il provvedimento, oltre a comportare una perdita in conto capitale per i proprietari degli appezzamenti, può indurre a mettere a produzione aree non ottimali per la coltura viticola. “La conseguenza è che si abbassa la qualità media. Anche se gli operatori di nicchia mantengono inalterati gli standard, l’immagine di un vino può esserne compromessa”, avverte Mauro Mascarello, titolare dell’omonima cantina di Alba. Il presente è spumeggiante quindi, ma il retrogusto non è dei migliori.

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