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Ocse e Fao fanno il punto sul futuro dell’agricoltura globale con l’“Agricultural Outlook” n. 12: cambiano verso i prezzi, pur in un contesto volatile, e scende la percentuale di coloro che soffrono la fame. Ma il mercato italiano preoccupa ...

La notizia buona certamente c’è, ed è che nei prossimi dieci anni la percentuale della popolazione globale che soffre la fame scenderà sotto le due cifre, passando dall’11 all’8%. Le previsioni e gli altri dati contenuti nel rapporto “Agricultural Outlook” n.12, firmato da Ocse e Fao e presentato ieri a Roma, invece, non sono così facilmente classificabili. O meglio, parecchio dipende da chi le legge, perché il fatto che secondo il rapporto i prezzi agricoli globali si apprestano a compiere una decisa inversione di tendenza è senz’altro un’ottima notizia per l’accesso al cibo delle fasce più svantaggiate della popolazione, ma non lo è per i produttori del primo mondo. Inclusi quelli italiani, tra i quali già si parla, visti i prezzi della raccolta 2016 di frumento duro, di “guerra del grano”.

Partendo dal rapporto Ocse-Fao, dopo un lungo periodo di salita, i prezzi dei prodotti agricoli si terranno bassi per i prossimi dieci anni, ma con la volatilità dei listini, complice l’instabilità finanziaria potenziale in agguato a livello globale, sarà comunque necessario mettere in pratica politiche mirate e condivise per contrastare la fame. L’aumento delle rese produttive è il primo fattore che ha contribuito a questo nuovo trend, insieme al basso prezzo del petrolio e a un buon livello delle riserve mondiali di derrate. Rese che potrebbero crescere di quasi l’80%, facendo a propria volta potenzialmente scendere il numero di persone malnutrite a livello globale da 800 milioni a meno di 650 entro il 2025. Ma se grano e riso sono destinati con ogni probabilità a scendere di prezzo, altrettanto non si può dire di carne, pesce e pollame, dato che la crescita delle classi medie in più Paesi porterà ad un miglioramento generale della dieta di questi segmenti della popolazione globale. Brutte notizie, purtroppo, per l’Africa subsahariana, sulla quale il report si focalizza in maniera specifica: nei prossimi dieci anni si concentrerà proprio in quella regione un terzo del totale globale delle persone malnutrite, contro il 25% circa attuale.
Contemporaneamente, però, il numero delle persone che soffrono la fame diminuirà dall’11 all’8%, e la crescita globale del volume del commercio agricolo, secondo il rapporto, rallenterà marcatamente, passando dal 4,3% annuo degli ultimi dieci anni a un più cauto, ma comunque positivo, 1,8% di crescita annua da qui al 2025. “La priorità per i governi è attuare politiche che aumentino la produttività agricola in maniera coerente e sostenibile per porre fine a fame e denutrizione negli anni a venire”, ha detto il dg dell’Ocse Angel Gurria, parlando di una “nuova era dei prezzi mondiali”, mentre Jose Graziano Da Silva, suo collega della Fao, ha auspicato che “la maggior parte della domanda futura dei beni agricoli primari possa essere soddisfatta attraverso i guadagni in termini di produttività e non con l’espansione delle aree coltivate”.

Buone notizie, quindi? Sicuramente sì per chi soffre la fame, probabilmente sì per i consumatori globali, ma non moltissimo per i produttori di cibi “base”, specie se appartenenti a Paesi che hanno goduto di consistenti finanziamenti per mettere al riparo, per quanto possibile, la loro attività dai mutamenti della globalizzazione. Se infatti si guarda alla produzione cerealicola nostrana, le prime quotazioni del raccolto di quest’anno di frumento duro hanno già portato alcuni a parlare di una “guerra del grano”, e di potenziali rischi per la produzione nazionale di pasta. Il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, pur definendo il raccolto come “ottimo come quantità e di qualità generalmente buona, nonostante i timori per possibili danni dovuti al maltempo che ha colpito alcune zone tra maggio e giugno”, ha sottolineato che le prime avvisaglie sul mercato italiano sono preoccupanti per il comparto, “con prezzi da discount sia a Foggia che a Bologna. Spero che la controparte industriale non pensi che anche noi agricoltori quest’anno faremo i saldi di stagione. Anche perché siamo solo all’inizio. Tra l’altro, quando ancora non si sta trebbiando in molti Paesi produttori di grano duro, come in Francia, e il nuovo raccolto canadese non arriverà prima di ottobre. Non è chiaro su quali basi le nostre borse merci stiano ribassando il prezzo”. A Foggia, infatti, i prezzi del frumento duro sono scesi di ben il 17%, da 242 a 202 euro la tonnellata, mentre le cifre offerte per le prime compravendite del nuovo raccolto tendono a non superare i 190 euro, un tonfo decisamente rilevante.

Secondo la deputata Pd Colomba Mongiello, membro della commissione Agricoltura, la soluzione sarebbe di natura politica: “la sovrapproduzione di grano in Italia - ha commentato - non giustifica il bassissimo prezzo pagato ai produttori e non disincentiva le importazioni dall’estero. Il mercato da solo non basta a risolvere la crisi in atto”, per poi sollecitare Parlamento e Governo ad accelerare la discussione e l’approvazione del Piano Cerealicolo Nazionale. “I pastai - ha continuato la deputata - affermano che è necessario importare grano a causa del basso tasso proteico di quello italiano, assumendosi la responsabilità di deprimere il prezzo della materia prima molto al di sotto dei costi di produzione. Però non vogliono dichiarare in etichetta il Paese d’origine del grano per non perdere appeal commerciale. La drammatica crisi di questi giorni impone l’urgenza del confronto tra gli attori economici ed istituzionali sul Piano Cerealicolo Nazionale per condividere le misure più idonee a valorizzare la cerealicoltura italiana e i prodotti della filiera 100% made in Italy”. “Chiediamo al Governo di creare un legame tra industria e produttori - ha invece dichiarato Giuseppe L’Abbate, capogruppo del M5S in Commissione Agricoltura alla Camera - in modo tale che il prezzo remuneri i costi di produzione, attraverso i cosiddetti accordi di filiera e l’istituzione della Commissione Unica Nazionale. Ed è proprio lo strumento della Commissione che potrà permettere di superare questa guerra del grano, garantendo il giusto riconoscimento alle produzioni locali”.

Oltretutto, non è il solo settore cerealicolo a soffrire di una deflazione generale: secondo un’analisi Coldiretti dei dati Istat sull’inflazione condotta lo scorso mese, nonostante il fatto che allo scaffale i prezzi siano aumentati dello 0,2% le quotazioni all’origine sono crollate, con variazioni negative a due cifre per il grano duro (-18%) e addirittura del 24% per il latte. I motivi, secondo l’associazione, sarebbero molteplici, come le condizioni climatiche bizzarre che hanno sconvolto i calendari di maturazioni di frutta e ortaggi, o gli accordi preferenziali per l’ingresso sottocosto: ma a pesare più di tutto è il mancato accesso al mercato russo, che ha azzerato le esportazioni di ortofrutta, formaggi, carni e salumi nostrani, saturando sia il mercato interno che quelli europei. Secondo Coldiretti, la situazione che ha aggravato lo stato delle cose nelle stalle italiane, che starebbero affrontando “una crisi senza precedenti a causa del crollo dei prezzi che non copre più neanche i costi per l’alimentazione del bestiame”.

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