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Istintivo scomodare La vie en rose di Edith Piaf: in Valtènesi, sponda bresciana del Garda, l’ascoltano come fosse un inno patriottico. Sicuramente lo è per Mania Vezzola, patron dell’azienda agricola Costaripa, che ha una devozione sacrale per la terra in cui è nato e cresciuto, “perché - spiega - dalle mie vigne vedo il lago e il gruppo dell’Adamello, il monte Baldo già ricoperto di
neve e terreni dove attorno alla vite crescono capperi e limoni, cedri e olivi”. Per anni è stato giudicato migliore enologo italiano. E quando gli chiedono quale sia il vino più elegante del Belpaese, Vezzola celebra quello che per pregiudizio o scarsa informazione, in pochi indicherebbero: il Rosé.

In Francia ne vanno matti, da noi decisamente meno. Perché?

“I transalpini lo producono da un millennio e oggi lo consumano più del bianco. Ceno, la nostra esperienza è limitata. Ma non è un caso che ad ispirarla sia stata, nel 1896, l’intuizione di tale Pompeo Gherardo Molmenti, un senatore veneziano che possedeva terreni in Valtènesi e voleva produrre vino. Si rivolse agli enologi di Bordeaux e ottenne un preciso responso: l’azione termoregolatrice del lago, il terreno ghiaioso e la varietà autoctona del Groppello consigliavano la produzione di Rosé”.

Indicazione profetica.

“Complice la speculazione edilizia, la Valtènesi ha perso oltre la metà dei 1300 ettari vitati che possedeva 50 anni fa. Ma le cose stanno cambiando: c’è chi investe, i giovani portano nuove idee e il pubblico ha smesso di percepire il Rosé, che qui chiamiamo Chiaretto, come un vino di ripiego, per apprezzare i suoi profumi e il sapore sapido. Invecchia anche bene. E per produrlo, siamo costretti non solo a vendemmiare nelle ore più fresche della giornata: dobbiamo selezionare le uve migliori perché quelle rotte rilasciano troppo colore”.

E familiarizzare con la famosa “ultima lacrima”...

“Serve a dare la giusta colorazione: le bucce rimangono a contano con il mosto poche ore e vengono poi separate senza pressatura, per estrazione diretta dalla vasca fino al gocciolamento che appunto chiamiamo “a lacrima””.

Alla Costaripa avete un’attrazione fatale per le bollicine?

“Il nostro Metodo Classico da uve Chardonnay e Pinot Nero esalta la pulizia delle papille gustative e ha una grande eleganza. Ceno, i vini di Franciacorta hanno più acidità e sono più sostenuti. Ma quelli della Valtènesi sono accoglienti e femminili: a 4 o 5 gradi, sono perfetti”.

Con tanto di bottiglia - icona.

“Il Chiaretto RosaMara lo è. Anche per l’attenzione e la pazienza che richiede, specie nelle prime ore della fermentazione e della svinatura. E quello che noi chiamiamo “vino di una notte”. Ed è la metafora della Valtènesi. Il francese Serge Dubois, per anni presidente mondiale degli enologi, la considerava un pezzo di Provenza trapiantato in Lombardia. Era il suo complimento”.

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