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Quotidiano Nazionale

Antinori non brinda “Il freno al vino Usa ci dà pochi vantaggi” ... Un brindisi alla guerra dei dazi tra Cina e Usa per il vino italiano? A sostenerlo è Coldiretti, con due conti a colpi di numeri: l’Italia nel 2017 ha esportato nella Repubblica Popolare vino per 130 milioni di euro, con una bella crescita, + 29%, e gli Usa hanno venduto per 70 milioni, al sesto posto proprio dietro di noi. A ghiacciare “affrettati entusiasmi” è chi il vino lo esporta, e combatte da anni dentro “un mercato difficilissimo per dimensioni, logistica, presenza massiccia e consolidata di altri Paesi che non pagano dazi”: a parlare è Renzo Cotarella, numero due di Marchesi Antinori, il colosso italiano da 25 milioni di bottiglie che tra i primi ha tracciato la nuova Via della Seta per il vino italiano di qualità. E anche Giovanni Busi, presidente del Consorzio Chianti docg, una delle denominazioni più estese d’Italia, appare scettico. “In realtà erodere spazio agli americani - spiega Cotarella - significa poco, loro hanno una quota di mercato molto piccola, come del resto l’Italia”. La conferma nei dati dell’Oiv, Organizzazione internazionale della Vigna e del Vino: il primo esportatore in Cina è la Francia con 217,8 milioni di litri venduti nel 2017; seguono l’Australia con 105,7, il Cile con 74,3, la Spagna con 69,7. Poi l’Ita-lia, ma con appena 29,3 milioni di litri, e gli Usa con 9,6. “E se con la Francia - aggiunge Cotarella competere è normale, qui siamo in ritardo anche con gli spagnoli, che fanno sistema meglio di noi”. Ma il problema più serio, lo dice Cotarella e gli fa eco Busi, “sono i paesi dell’area Pacifico: Cile, Australia e Nuova Zelanda non hanno dazi, in Cina”.

Cotarella, che cosa deve cambiare?

“Bisogna smetterla con i campanilismi di comune se non di frazione. Andare uniti, tutti insieme, sostenuti da una politica di commercio estero più vicina alle imprese. Quello è un Paese difficilissimo per dimensioni, per modello di business, per distribuzione. Si deve creare qualcosa di organico”.

Con una diversa azione di governo, insomma.

“Certamente. Bisogna fare più promozione sfruttando anche il grande fascino dell’Italia, lo vediamo dal crescente movimento di turisti, e o anche la presenza da noi di importanti comunità cinesi. Ma con continuità, e facendo squadra. Non basta pensare che i cinesi sono un miliardo e mezzo, e se bevono ciascuno un bicchiere di vino a settimana il gioco è fatto. La logistica è difficile: in Cina parlano sette-otto lingue, ogni città è in pratica un Paese, non basta pensare a dotarsi di un importatore se una città o una regione equivale a uno Stato europeo. Noi abbiamo un nostro area manager da dieci anni, eppure la lotta è ancora dura. Serve un sistema-Paese”.

Già, perché alla fine poi il vino i cinesi riusciranno a imparare a farselo...
“La Cina ha già 240mila ettari di vigneti, quanto il Cile e quanto l’Argentina, e produce 180 milioni di casse. La viticoltura ha uno sviluppo pazzesco, con alto potenziale malgrado tante zone critiche. Quando impareranno a riconoscere le aree davvero vocate, diventeranno fortissimi”.

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